L’edizione odierna de La Gazzetta dello Sport ha intervistato l’ex rossonero Ruben Buriani, che ha parlato della sua carriera: “Quando mi ha chiamato il Milan ero felice e frastornato. Ma non per i soldi, che continuavo a mandare a casa, alla mia numerosa famiglia, ma per il Milan. Io accanto a Rivera? Madonna, mi vien ancora adesso la pelle d’oca. Gli davo del lei: era a fine carriera, ma disponibile con i giovani. Un vero leader. Poi bastava dargli la palla, partiva e sembrava teleguidata. La stella il momento più bello, sicuramente. Gioco il mio primo derby e segno due gol. Una volta, con Rivera infortunato, Liedholm negli spogliatoi distribuisce le maglie: ‘Do formassione. Inisciamo da numero 10. Questa maglia quest’anno ha corso poco, oggi fasciamo correre: prendila tu, Buriani’. Quella maglia adesso è a Quartiere, in campagna, riposa a casa mia. Come tanti altri piacevoli cimeli e ricordi. San Siro, il Milan, mi hanno dato molto“.
Buriani prosegue: “A San Siro, purtroppo, è finita nel modo peggiore la mia storia. Giocavo nel Napoli, con Maradona. Accanto a quel fantastico campione ero felice e sognavo un altro scudetto. Giochiamo contro l’Inter e Mandorlini mi arriva da dietro e mi spacca la gamba: rottura scomposta di tibia e perone. E il Napoli, invece di seguirmi, di aiutarmi, mi lascia solo e dopo sei mesi mi manda via, mi liquida con una lettera. Carriera finita, dopo sole cinque partite, primo calciatore infortunato licenziato, rottamato grazie a quei signori. Ma è andata così, pazienza. Ho fatto altre cose. Il dirigente, il ds alla Salernitana, ho portato Gattuso al Milan, avevo preso anche Verratti. Ma non lo hanno voluto. Ho giocato con Rivera al Milan, con Falcao alla Roma e Maradona al Napoli. Mi sono anche divertito. Adesso ho settant’anni, sono un nonno ottimista”.


