Ambrosini: “Atmosfera magica in Milan-Manchester. Quella notte non poteva andare diversamente, mi sono commosso”

Tredici anni fa, il 2 Maggio 2007, la partita perfetta. In un San Siro strapieno il Milan batteva 3-0 il Manchester United e si guadagnava la finale di Champions League. Sui canali social rossoneri, oltre ad Alberto Gilardino, ha parlato Massimo Ambrosini. Ecco le sue parole:

La sconfitta dell’andata:Credo che quel gol preso al 92′ sia stata la chiave per la partita di ritorno. Anche l’ambiente di San Siro, carico in maniera imbarazzante, forse è stato determinato dalla necessità di recuperare perché comunque partivamo da una situazione di svantaggio. Ricordo perfettamente il post partita. Avevamo una grande delusione ed il morale in spogliatoio era basso. Tutta quella situazione lì poi però si è trasformata in carica positiva ed anche tutto lo stadio era carico. Non so e non sapremo mai cosa sarebbe successo se non avessimo preso gol all’ultimo secondo“.

Sulla partita di ritorno:Ci sono partite diverse dalle altre, non c’è niente da fare. Quando arrivi allo stadio vedi la gente già carica urlare. A differenza degli stadi inglesi, il nostro è già pieno 40 minuti prima dell’inizio della partita. Appena entri lo stadio è pieno e questa è una cosa che ci devono invidiare tutti, perché quando vai a fare riscaldamento negli altri stadi non c’è quell’atmosfera lì. Mi sono commosso perché vivevo la tensione del momento in maniera differente. Quando ti riscaldi sei concentrato ma anche lucido nel vedere quello che accade intorno, cosa che poi non puoi fare quando inizia la partita. Quindi mi sono goduto tutta la magica atmosfera“.

Da ragazzino a capitano:Io sono arrivato al Milan che ero un ragazzino e l’impatto con quella squadra fu traumatico perché di ragazzi giovani all’epoca ce n’erano pochi e le rose erano ristrette. Sono arrivato e c’era gente del calibro di Baresi, Savicevic, Donadoni tutti calciatori che fino a tre mesi prima collezionavo nelle figurine. Mi sono trovato a fare allenamento con loro, il primo allenamento me lo ricordo ancora con orgoglio e commozione. Arrivare a poter coronare un periodo del genere con una partita così da capitano è un onore“.

Sui primi 45 minuti:La speranza di metterli in ginocchio c’era ma chiaramente non ci aspettavamo di farlo subito. Eravamo comunque una squadra capace di mettere timore anche al Manchester United, quindi loro sapevano di venire a giocare contro i più forti di tutti e questo un po’ ha pesato. Non erano al massimo della forma e in più si sono trovati in un stadio che era una bolgia e di fronte 11 giocatori determinati. Dopo il vantaggio arrivato nei primi 10′ quella partita non poteva andare diversamente “.

L’assist decisivo:Io non ero uno che faceva tanti assist, non mi ero neanche reso conto che avesse lui tutto quello spazio lì davanti. Sono stato bravo a capire che in quel momento andava fatta quel tipo di giocata senza stoppare il pallone, perché se stoppi il pallone perdi un tempo di gioco. Gila poi ha dovuto fare 40 metri palla al piede ed è stato più bravo lui che io. Un assist in genere ti porta a toccare la palla d’istinto, di prima, invece lui ha avuto il tempo di ragionare in quei secondi dove spesso l’attaccante può andare anche in confusione ma lui è stato freddo e lucido“.

Su Gattuso:Noi giocavamo in un modo particolare, a centrocampo eravamo in 3 ma a me non piaceva giocare sulla fascia, quindi chiedevo a Seedorf di aiutarmi. Rino doveva quasi fare l’ala destra ed aveva una grande capacità di stare in mezzo al campo ma allo stesso tempo di allargarsi. C’erano certe partite in cui la quantità di cose che faceva ti aiutava e compensava dove non arrivavi tu. Anch’io correvo tanto però lui in alcune situazioni riusciva ad arrivare e ad esserci dappertutto. Poi, soprattutto quella sera era carichissimo e potevi chiedergli di fare qualsiasi cosa“.

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