Due Milan, due fotografie della stessa realtà. Zvonimir Boban e Mario Gila, ospiti del Festival dello Sport in momenti diversi della giornata, hanno raccontato due modi quasi opposti di guardare al presente rossonero. Da una parte il croato, legato a un Milan per il quale l’obiettivo non poteva essere semplicemente la qualificazione in Champions League. Dall’altra il difensore spagnolo, che riconosce il valore del progetto Amorim ma anche il divario attuale con chi ha costruito la propria competitività nel tempo. Il punto, però, è che non deve essere tutto bianco o nero: l’ambizione senza realismo diventa puro esercizio retorico, il realismo senza ambizione diventa pura rassegnazione.
Boban guarda al Milan che è stato
Boban parla di un Milan che conosce bene, quello abituato a considerare la vittoria come una conseguenza naturale della propria dimensione. È un richiamo all’identità ed è difficile contestare l’idea che il Milan debba sempre puntare al massimo. Ma c’è un elemento che non può essere ignorato, ovvero che quel Milan apparteneva a un calcio completamente diverso. Gli anni Ottanta e Novanta avevano equilibri economici, proprietà e dinamiche di mercato lontanissimi da quelli attuali. Prendere quella realtà come parametro diretto per giudicare il presente rischia quindi di essere fuorviante.
Questo non significa accettare un Milan che si accontenta. Significa, piuttosto, capire da dove si riparte. Come già scritto ieri, il club deve costruire una nuova identità sportiva guardando al futuro e non cercando continuamente nel passato la misura del proprio presente. Il Milan deve voler tornare a vincere, certo, ma non può pensare di essere ancora quello di Berlusconi semplicemente perché ne porta lo stesso nome e la stessa storia. Il passato non deve essere una condanna, bensì un riferimento.
Gila racconta il Milan che è oggi
Gila, invece, fotografa il presente senza nasconderne le difficoltà. La Champions League è un obiettivo concreto e raggiungibile, ma oggi il Milan si trova in Europa League e deve fare i conti con squadre che hanno costruito il proprio percorso prima dei rossoneri. Inter e Roma, così come altre realtà, hanno una continuità progettuale che il Milan sta cercando di ritrovare.
Ed è probabilmente questa la stella polare da seguire: ambire al massimo, ma senza raccontarsi una realtà diversa da quella attuale. Dire che la Champions è l’obiettivo non significa ridimensionare il Milan, ma stabilire un punto di partenza realistico dal quale costruire qualcosa di più grande. Poi toccherà ad Amorim, alla società e alla squadra dimostrare che questo limite può essere spostato. Perché il Milan deve tornare a vincere, ma per farlo deve prima capire davvero che Milan è oggi.



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