Dovevano essere questi i giorni decisivi, ma il passaggio di proprietà di San Siro dovrà attendere ancora. Il rogito per la cessione dello stadio e delle aree limitrofe a Milan e Inter, inizialmente previsto per venerdì 31 ottobre, è stato posticipato. A confermarlo era stato il sindaco Sala, che aveva espresso fiducia su una chiusura imminente: “Siamo al punto di pensare che entro venerdì venga fatto il rogito. Ci stiamo lavorando con il notaio e con le squadre”. Ma la complessità del dossier ha imposto tempi più lunghi.
I motivi del rinvio
Dietro lo slittamento si nascondono diversi ostacoli. In primo luogo, la Soprintendenza è stata chiamata a esaminare un possibile vincolo storico-artistico sull’impianto, che potrebbe incidere sull’atto di vendita. A ciò si aggiungono verifiche notarili e urbanistiche ancora in corso, con la necessità di definire ogni dettaglio tecnico e legale. Infine, alcuni termini temporali legati alla tutela dell’impianto – in scadenza nel novembre 2025 – complicano ulteriormente l’iter.
Perché vendere San Siro
L’operazione non è una semplice transazione immobiliare. Il Comune di Milano intende cedere lo stadio per favorire la nascita di un nuovo impianto moderno, capace di allinearsi agli standard europei. Il progetto rientra in un piano più ampio di rigenerazione urbana, con la riqualificazione del quartiere e la creazione di spazi commerciali, residenziali e di intrattenimento. A spingere l’accelerazione sono anche investitori internazionali, interessati a strutture più redditizie e adatte al mercato globale dello sport.
Le conseguenze per i club e la città
Il rinvio, seppur di pochi giorni, ha effetti significativi. Per Milan e Inter, il nuovo stadio rappresenta un tassello strategico del piano di crescita economica e sportiva: maggiore capienza, ricavi potenziati e un modello gestionale più moderno. Per il Comune di Milano, invece, il ritardo incide sui tempi della trasformazione urbana dell’area di San Siro, considerata cruciale per il futuro della città. Il passaggio di proprietà non è solo un’operazione economica: segna anche una transizione simbolica tra memoria storica e innovazione, tra bene pubblico e sviluppo privato.



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