Milan, dilettantismo senza fine. Ora pure il “caso Conceicao”: perché smantellare all’American style porta solo danni

Non siamo l’America. Giusto per mettere un punto. E, qualora ci fossero ulteriori dubbi, ci ha pensato la tempistica del recente cambio alla direzione comunicazione del Milan per farci capire che qualcosa non va proprio. Il benservito a Pier Donato Vercellone, registrato nel pieno di una stagione già difficile e segnata da risultati deludenti, è una mossa che non solo sconcerta, ma fa riflettere sulla capacità di progettare a lungo termine. Cambiare il vertice della comunicazione in un momento così delicato non è solo una decisione che denota una gestione improvvisata, ma anche un segno di totale disconnessione dalla realtà complessa del calcio italiano, che richiede stabilità e coerenza anche fuori dal campo. La comunicazione, un tempo punto di forza della società, viene ora messa in discussione proprio mentre la squadra lotta – diciamo così – per rimanere competitiva.

E ovviamente, visto che ad ogni azione corrisponde una reazione, ecco il “caso Conceicao” a rendere la situazione ancora più surreale. Sì, perché nel bel mezzo di questa confusione interna, l’allenatore portoghese è stato costretto a smentire pubblicamente una figura a lui vicina riguardo a presunte lamentele sulla gestione generale di squadra e Club. Crediamo alle parole dell’ex Porto, ma crediamo anche che un fondo di verità dentro quell’elenco puntato di problemi ci sia. L’allenatore del Milan, proprio in un periodo già complesso, si è visto coinvolto in una questione che avrebbe dovuto restare privata e circoscritta. Le sue smentite, diventate materia di discussione pubblica alla stregua di un club di Serie C, hanno messo in evidenza non solo la fragilità del gruppo, ma anche l’incapacità della società di garantire una linea comunicativa univoca e chiara. Non è facile quando chi interloquisce con i media e con la stampa è una figura spesso esterna. Non è facile nemmeno quando gli agenti interni sono molteplici e garantiscono versioni contrapposte, volutamente o meno, per favorire l’una o l’altra parte: ogni riferimento alla doppia comunicazione di proprietà e Club è puramente casuale. Tutto questo in attesa dell’insediamento di Francesca Montini, previsto per la metà di marzo, che avrà già le sue belle gatte da pelare. In bocca al lupo.

Non è facile nemmeno quando all’interno di un Club (il Milan, perché ricordare chi è che subisce il danno è cosa buona e giusta) ci sono giochi di potere chiari, oramai esposti alla luce del sole. Non è facile prendere la parte di uno o dell’altro, ma forse non bisognerebbe proprio prendere una parte. C’è chi la responsabilità del fallimento la vuole condividere con altri, ma al contempo vuole rimarcare il proprio potere supremo (“le decisioni passano tutte da me“). Chi si nasconde per mesi, ma fa filtrare ad hoc la propria bravura in sede di mercato (e di rinnovi) negli affari complicati. Chi decide di allontanare figure per creare un “gruppo di lavoro”, ma poi finisce per ricreare ad personam la figura accentratrice appena allontanata o finisce per rinnegare pensieri del passato (ma a cosa serve davvero un direttore sportivo, dai). Per questo non sorprende – riprendendo il tema comunicazione – il fatto di derubricare a “viaggio di routine” un’attraversata quantomeno singolare nei tempi e nei modi, una sorta di “non evento”. Dove l’avevamo sentito dire prima? Ah sì, l’episodio del cooling break.

Non siamo l’America, dicevamo. E non siamo nel Superbowl, dove la spettacolarizzazione e la gestione delle immagini sono tutto. In Italia il calcio è una questione di cultura, di tradizione e di complessità. E ogni decisione, anche (soprattutto?) quella che riguarda il comparto comunicativo deve essere ponderata con attenzione. Eppure c’è una proprietà che dimostra sempre più di non comprendere le dinamiche profonde del nostro pallone, riducendo tutto a mosse improvvisate, che danneggiano ulteriormente l’immagine di un club che ha fatto della solidità e della coerenza i suoi tratti distintivi. Il “quadrato” che un tempo faceva del Milan una macchina perfetta di comunicazione e strategie ora sembra sgretolarsi pezzo dopo pezzo, sotto il peso di decisioni rivedibili, di faide interne (nel presente e nel passato) e di un dilettantismo che lascia sgomento. Anzi, astonished.

Milan: Gerry Cardinale (RedBird), Giorgio Furlani, Paul Singer, Gordon Singer (Elliott) (Photo by AC Milan/AC Milan via Getty Images)
Milan: Gerry Cardinale (RedBird), Giorgio Furlani, Paul Singer, Gordon Singer (Elliott) (Photo by AC Milan/AC Milan via Getty Images)

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