Predicare bene e razzolare male. Sembra essere diventato questo lo sport preferito della Serie A quando si parla di mercato e valorizzazione dei talenti italiani. Esordisce così l’edizione odierna di Tuttosport, evidenziando come, a poco più di venti giorni dalla conclusione della sessione estiva, il calcio italiano continua infatti a guardare soprattutto all’estero, nonostante le tante promesse arrivate dopo l’ennesima mancata qualificazione al Mondiale.
Serie A e giocatori italiani, le promesse sono già dimenticate
Dopo la drammatica eliminazione contro la Bosnia del 31 marzo, che ha sancito per la terza volta consecutiva l’assenza dell’Italia dalla Coppa del Mondo, il mondo del calcio italiano aveva individuato nella valorizzazione dei giovani una delle principali strade per uscire dalla crisi.
Il dibattito era stato molto chiaro: maggiore spazio ai prodotti dei vivai, più giovani italiani nelle prime squadre e meno dipendenza dai calciatori stranieri. Un cambio di mentalità considerato indispensabile per evitare di ritrovarsi nuovamente fuori dai grandi appuntamenti internazionali.
A distanza di pochi mesi, però, quelle dichiarazioni sembrano già appartenere al passato. A tre settimane dalla chiusura del mercato estivo, infatti, soltanto il 13% della spesa complessiva della Serie A è stato destinato all’acquisto di giocatori italiani. Un dato persino peggiore rispetto al 17,9% registrato nella precedente sessione di mercato. Numeri che raccontano una tendenza precisa: il campionato italiano continua a essere sempre più dipendente dal mercato internazionale.
Gli acquisti italiani delle squadre di Serie A
La fotografia delle operazioni concluse finora rende ancora più evidente il problema. Prendendo in considerazione gli acquisti effettuati dai club, emerge una presenza spesso marginale dei calciatori italiani. L’Atalanta ha acquistato un italiano su un totale di un’operazione, mentre il Bologna è fermo a zero su tre. Il Cagliari conta quattro giocatori italiani su nove nuovi acquisti, il Como tre su otto e la Fiorentina appena due su dieci.
Il Frosinone rappresenta una delle realtà più virtuose, con sei italiani su undici acquisti. L’Inter è a uno su quattro, la Juventus a uno su quattro e la Lazio non ha ancora acquistato un giocatore italiano sui tre nuovi innesti. Situazione simile per Lecce, Monza, Roma, Sassuolo e Udinese, tutte con una presenza italiana molto ridotta o addirittura nulla tra i nuovi acquisti. Il Milan conta un solo italiano su sei operazioni, anche se Lorenzo Calvani, classe 2008, è destinato a essere inserito nel progetto Milan Futuro.
Il Torino presenta tre italiani su cinque, mentre il Venezia è fermo a uno su dodici. Anche Parma e Cagliari mostrano una percentuale superiore alla media, ma il quadro generale resta preoccupante.
Premier League, il modello inglese va nella direzione opposta
E mentre la Serie A continua a guardare soprattutto oltreconfine, la Premier League sembra muoversi nella direzione opposta. L’Inghilterra, spesso indicata come modello irraggiungibile dal calcio italiano, ha infatti trattenuto una parte significativa degli investimenti all’interno del proprio mercato nazionale. Dei circa due miliardi di euro spesi finora dai club inglesi, circa la metà sarebbe rimasta all’interno della Premier League.
Un esempio emblematico è il trasferimento di Sandro Tonali dal Newcastle al Tottenham per 108 milioni di euro, operazione che rappresenta un record assoluto per un calciatore italiano impegnato nel massimo campionato inglese. Non si tratta soltanto di una questione economica. Dietro questi numeri c’è anche una diversa filosofia nella gestione dei giovani e nella costruzione delle rose.
Mancini e la difficile sfida per rilanciare l’Italia
In questo scenario si prepara a lavorare Roberto Mancini, nuovamente alla guida della Nazionale italiana e chiamato a invertire una tendenza che ormai sembra strutturale. La difficoltà sarà enorme, soprattutto considerando il calendario ravvicinato della Nations League. Tra il 25 settembre e il 5 ottobre l’Italia sarà chiamata a disputare quattro partite in appena dieci giorni: Belgio a Roma il 25 settembre, Turchia-Italia a Istanbul il 29, Francia-Italia a Parigi il 2 ottobre e Italia-Turchia a Bologna il 5. Il nuovo commissario tecnico dovrà quindi cercare di costruire una Nazionale competitiva in un sistema che continua a offrire sempre meno spazio ai giovani italiani.
Le spiegazioni non mancano. Le società sostengono che acquistare all’estero sia spesso più conveniente per ragioni economiche, fiscali e burocratiche. Le operazioni tra club italiani possono essere più complesse anche per la necessità di fornire garanzie finanziarie e fideiussioni a tutela dei pagamenti. All’estero, invece, alcune procedure risultano più semplici. C’è poi la questione delle valutazioni. I giovani italiani vengono spesso considerati troppo costosi rispetto al loro reale valore di mercato, mentre in Sudamerica e nei campionati europei di seconda fascia è possibile individuare talenti a prezzi ritenuti più accessibili.
Anche il Decreto Crescita, in vigore dal 2019 al 2023, aveva contribuito a rendere particolarmente conveniente l’ingaggio di calciatori provenienti dall’estero grazie alle agevolazioni fiscali sui loro stipendi. Sono tutte motivazioni reali e difficili da ignorare. Ma non possono spiegare tutto.
Il vero problema è la fiducia nei giovani italiani
Il punto centrale è infatti un altro: la Serie A sembra non avere ancora trovato il coraggio di affidarsi realmente ai propri giovani. In altri grandi campionati europei, soprattutto in Premier League, Liga, Bundesliga e Ligue 1, i talenti dei vivai vengono spesso lanciati in prima squadra molto presto. In alcuni casi prestissimo, con i club disposti ad assumersi il rischio di puntare su ragazzi ancora inesperti.
In Italia, invece, il giovane viene spesso considerato un investimento futuro, ma raramente una soluzione immediata. Ed è forse proprio qui che si trova la contraddizione più grande. Si parla di valorizzazione dei vivai quando arriva una nuova delusione della Nazionale, si promettono cambiamenti e si invoca una maggiore presenza di calciatori italiani. Poi, appena riapre il mercato, le società tornano a cercare soprattutto all’estero.


