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Stefano Pioli, una stagione in chiaroscuro, ma questo Milan resta una sua (bella) creatura

È vero che nella vita le cose cambiano di frequente, ma per Stefano Pioli che dapprima era out, poi on fire e infine di nuovo out, la sua esperienza a Milano, sponda rossonera, si sta rivelando una girandola della evoluzioni estremamente volubili e repentine. Il gradimento dei tifosi nei suoi confronti, infatti è stato suscettibile di numerose oscillazioni. Non per tutti, si intende, ma una parte del tifo lo ritiene principale artefice, e quindi responsabile, di una stagione che viene considerata deludente, nonostante il raggiungimento della semifinale di Champions League e l’ormai quasi certa, a meno di clamorosi disastri, qualificazione alla prossima edizione.

Responsabile anche per colpe non sue. Si sono verificati anche dei cortocircuiti in cui è capitato che qualcuno dicesse “La rosa non è all’altezza, Pioli se ne deve andare” e non si riesce davvero capire dove siano le responsabilità del tecnico in questo caso. Oppure quando gli si rimproverano cambi tardivi, soprattutto nel derby di ritorno, trascurando il fatto che i cambi avrebbero garantito più freschezza ma meno qualità. È un po’ come voler trovare risposta alla domanda: se piove mi bagno di meno se cammino o corro?

Certo qualcosa da gennaio non ha più funzionato, inutile nasconderlo, ma davvero alla fine questa stagione è stata totalmente negativa o, in prospettiva futura, chiedendo il suo esonero, si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca? Proviamo ad analizzare alcuni degli aspetti in cui potrebbe essere stata deficitaria la sua gestione, in questo anno.

La gestione della crisi

Da quando è arrivato il Milan risollevandolo dalle zone paludose della classifica in cui lo aveva trovato, quello del gennaio 2023 è stato il primo vero periodo di crisi da affrontare. È stato come se negli ultimi cinque minuti della partita dell’8 gennaio contro la Roma un interruttore si fosse spento, e il bel gioco che aveva caratterizzato i rossoneri per quasi 2 anni mezzo, rivistosi poi solo a sprazzi, misteriosamente fosse andato smarrito insieme alle certezze tanto faticosamente acquisite.

La gestione della crisi è stata un po’ confusionaria e questo ha compromesso, di fatto, il campionato. Il cambio di modulo e il passaggio alla difesa a tre non poteva e mai avrebbe potuto essere il succedaneo miracoloso e risolutivo, quando gambe e teste dei suoi uomini non rispondevano più ai comandi. Leao spostato in mezzo all’area, o comunque dietro le punte, diventa un giocatore facilmente arginabile. Inoltre la difensa a tre non ha garantito maggiore solidità. Una volta capito, qualche settimana dopo, che la toppa non era meglio del buco, Il ritorno al consueto 4-2-3-1 è stata la logica conseguenza.

La vulnerabilità difensiva

Rispetto alla scorsa stagione, fin dalle prime partite il Milan ha mostrato una maggiore disattenzione e fragilità in fase difensiva. La capacità di andare a segno con buona continuità fino a prima della sosta per i mondiali, ha forse illuso Pioli di poter declassare questa problematica ad aspetto trascurabile o comunque sui cui soprassedere. Ma una volta smarrita la fertilità in zona gol il problema è emerso in tutta la sua gravità.

Non considerare questo aspetto come penalizzante e di primaria urgenza, a lungo termine, è stata una ingenuità; pensare di porvi rimedio con un cambio modulo forse lo è stata ancora di più. Anche perché i quattro moschettieri della retroguardia a inizio anno erano gli stessi che pochi mesi prima rendevano il fortino inviolabile. Singolare e senza giustificazioni, quindi, questa vacuità di rendimento.

Troppo presto la sfiducia verso De Ketelaere?

La domanda è una: in base non solo all’importante investimento, ma a quanto di Charles si sapeva prima che arrivasse a Milanello, a De Ketealeare Pioli (e il Milan) ci crede ancora oppure no? Il ragazzo ha deluso, è fuor di dubbio, ma in pratica da ottobre/novembre è finito in panchina e da allora, a parte qualche rara occasione, di partite dal primo minuto ne ha giocate pochine. E ad un giocatore evidentemente sfiduciato, l’utilizzo a spizzichi e bocconi non ha sicuramente giovato.

Non si è mai visto infatti un calciatore in crisi diventare miracolosamente decisivo giocando gli ultimi venti minuti di una partita in cui la sua squadra è già sotto di due gol, come ad esempio è avvenuto a La Spezia. Pioli, avrebbe dovuto continuare a schierarlo ad oltranza, ad insistere col belga almeno fino alla fine del girone d’andata prima di dare spazio ad altri. Si dirà che non si poteva più attendere, ma era davvero così? Se si crede alla capacità di questo giovane, che dovrà fare certamente di più e meglio, bisognerà fargli sentire fiducia. In caso contrario bisognerà adoperarsi altrimenti.

Il caso Adli

Premessa: non siamo così ingenui da credere che Adlì avrebbe potuto svoltare la stagione, ma essere d’aiuto, quello si. Quello che è accaduto non è stato mai chiarito. Di certo si sa solo che in coincidenza dell’arrivo di De Ketelaere, Yacine si è seduto in panchina e praticamente sempre lì è rimasto. Il perché questo ostracismo verso il francese non è dato sapere, quale sia il suo peccato originale è un segreto che resterà nel confessionale di Milanello.

Di problemi fisici non si è mai discusso. In verità non sappiamo nemmeno quanto sarebbe stasto determinante il suo apporto e credo che non lo sapremo mai. Resta il mistero sul suo mancato utilizzo. Forse un cattivo rapporto personale tra i due? Potrebbe. Ma se così fosse, il loro in fondo non è un rapporto di lavoro che dovrebbe prescindere dalla sintonia reciproca, a livello caratteriale?

 

Fatto il punto su alcuni criticità rivelatesi nel corso della stagione che sta per concludersi, rimane doverosa una analisi complessiva del lavoro di Pioli. Analisi che una volta conclusa, continua a premiare l’operato del tecnico rossonero. Quando ha accettato di sedere sulla panchina del Milan, ha colto una opportunità, certo, ma ha anche accettato una sfida difficilissima.

Prendere il timone di una nobile del calcio che si trovava in disarmo, in crisi praticamente dal 2012, assumendo un ruolo in cui moltissimi allenatori prima di lui avevano fallito e a cui qualcuno, cosa impensabile fino a un decennio prima, ha detto addirittura di no, lo metteva in una posizione in cui forse aveva più da perdere che da guadagnare. Non dimentichiamo che certe brutte esperienze su panchine importanti possono persino segnare la fine della carriera, vedi Orrico sponda Inter oppure Maifredi e Ferrara in bianconero, solo per citarne qualcuno.

Pioli fin dal primo giorno, anziché andare in tv a chiedere questo o quel giocatore, ha lavorato col materiale umano che la società gli ha messo a disposizione. Sapeva di non essere alla guida di un Ferrari, ma altresì sapeva di non aver tra le mani il volante di una cinquecento, come si è detto di recente. Ha fatto la zuppa con gli ingredienti che aveva in casa, scegliendo la ricetta in base alla qualità dei materiali.

Ha creato un rapporto simbiotico con un uomo difficile come Ibrahimovic, cosa che per esempio non è riuscita a Guardiola. Ha intuito rapidamente che lo svedese non rappresentava solo colui che poteva mettere la firma a qualche gol in più là davanti, ma anche e soprattutto essere le guida dei giovani in campo, durante la partita, quando l’allenatore può al limite dare qualche consiglio e fare qualche incitamento che spesso non si riesce nemmeno ad udire.

Ha restituito motivazioni a un giocatore che sembrava finito come Kjaer, ha infuso fiducia e autostima a giocatori come Calabria, Kessie, Bennacer e Chalanoglu che navigavano a vista tra alti e bassi. Ha saputo aspettare Leao, Tonali e Giroud che nel loro primo anno in rossonero non avevano incantato. Ha saputo prendere scelte difficili, come quelle di decidere di mettere in panchina l’allora capitano Romagnoli inserendo giovani come Kalulu e Thiaw tra i titolari ma dosandoli nel modo giusto. E infine tramettendo la cultura del gruppo.

Se non si può avere uno per tutti, allora bisogna essere tutti per uno. Il miglior risultato non si ottiene se ognuno all’interno di una squadra fa ciò che è meglio per sé, ma se fa ciò che è meglio per sé e per la squadra. Così da un 5-0 all’Atalanta e dai calci di rigore col Rio Ave si è passati a un secondo posto, uno scudetto e una semifinale di Champions League, nel giro di soli tre anni.

Certo la meta è importante ma è estremamente importante anche il percorso. È ingeneroso nei confronti di Pioli dimenticare quanto in fretta si sia passati da uno stato depressivo a quello di esaltazione. Il cammino di questo gruppo è strabiliante e probabilmente ancora al suo inizio. Ecco perché il mister deve restare e resterà, per portare avanti e completare un lavoro che non è ancora stato ultimato, tenendo naturalmente conto di quanto in questa stagione non ha funzionato. Stagione che in ogni caso, non potrà essere considerata  fallimentare.

Milan: Stefano Pioli, Zlatan Ibrahimovic (Photo Credit: Agenzia Fotogramma)
Milan: Stefano Pioli, Zlatan Ibrahimovic (Photo Credit: Agenzia Fotogramma)

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