Oddo: “Rangnick? I migliori allenatori sono sempre quelli italiani. Terrei Ibra, ma dipende dalla società”

Intervenuto nella diretta Instagram di Carlo Pellegatti, l’ex terzino Massimo Oddo ha ricordato il suo vecchio Milan per poi analizzare la situazione attuale. Queste le sue parole:

Sulle giovanili: “Il Milan è stata la squadra che ha creduto in me più di tutte fin da giovane. Feci dei provini, mi scelsero anche altre squadre, stavo tornando da un provino con la Lucchese che mi aveva già scelto, ma mi dissero di andare a Parma per fare un provino col Milan. Andò benissimo, il Milan mi prese e poi approdai in rossonero. Sono stati due anni difficili, formativi, in giovane età è difficile allontanarsi da famiglia e amici, ma è stato un periodo in cui sono cresciuto anche a livello umano. Stare ventiquattr’ore su ventiquattro con i grandi campioni del Milan è stato molto importante“.

Sul ruolo del terzino: “Le mie caratteristiche mi portavano ad essere un giocatore più bravo ad offendere che difendere. Quando approdai al Milan probabilmente le mie migliori prestazioni furono a livello difensivo che offensivo, perché le partite richiedevano quello. Col Manchester mi occupai di Ronaldo per 70 minuti, poi arrivò Giggs, mi occupai di lui con una grande collaborazione con Rino. E’ lecito aspettarsi che un terzino molto di spinta possa ogni tanto lasciare desiderare in fase difensiva, a volte manca la lucidità. Con l’approdo al Milan però sono migliorato anche in fase difensiva“.

Su Theo Hernandez: “Secondo me si tratta di esperienza, di generosità, noi terzini di spinta siamo estremamente generosi. Ci piace correre e fare la fascia, tante volte l’esperienza ti porta ad andare una volta in meno, piuttosto che andare tante volte. Perché facendo tanti chilometri capita di non avere la lucidità giusta per fare un cross. Io spesso forzavo il cross ed era facile sbagliarlo, a discapito però di 2/3 cross determinanti“.

Su Milan-Bayern e il ritorno: “Fu il mio primo assist in Champions League, credo sia stato il primo gol di testa di Pirlo. Facemmo una buona partita, il Bayern era una grande squadra. L’avevamo quasi sfangata ma poi ci fecero gol a fine partita, già il 2-1 non era un risultato dei più belli in casa giocando il ritorno a Monaco. I due momenti clou della stagione però furono il gol preso al 90′ col Bayern e quello preso al 90′ a Manchester. Con due risultati diversi l’approccio ai ritorni sarebbe stato diverso. A Monaco di Baviera abbiamo giocato una delle più belle partite, in campo c’eravamo solo noi, siamo partiti fortissimi, l’umiltà ha fatto sì che facessimo una partita incredibile, strameritata. Prima dei due gol avevamo avuto già diverse occasioni, abbiamo dominato in lungo e in largo dall’inizio“.

Su Ancelotti: “Oltre all’aspetto tecnico tattico che è sempre importante, lui ci trasmetteva sempre grandissima serenità, la sua esperienza ci permetteva di arrivare a queste partite con la giusta tensione“.

Sui tanti giocatori di quel gruppo diventati allenatori: “Secondo me è casualità, non abbiamo deciso di fare l’allenatore per via di Ancelotti. Il mio essere allenatore è una casualità, io volevo fare tutt’altro, poi ho avuto la possibilità, mi è piaciuto e ho continuato. L’80% degli ex giocatori inizia a fare l’allenatore, la causalità è che tanti di quella squadra lo sono diventati“.

Su Rangnick: “Non lo conosco caratterialmente, tecnicamente e tatticamente sarà un allenatore forte, ma l’aspetto che mi preoccupa di più è quello caratteriale. Chi ha carattere si riesce ad abituare, al contrario no. Rimango dell’opinione che i migliori allenatori sono sempre quelli italiani. A livello tecnico/tattico gli allenatori preparati sono quelli più bravi, senza nulla togliere agli altri“.

Su Ibrahimovic: “Dipende quali sono le ambizioni societarie e dalle possibilità che si hanno di fare mercato. Se fossi allenatore del Milan io lo terrei, ma non dipende né da me né dai tifosi. Molto dipenderà dall’allenatore, la società dovrà assecondarlo in base alle sue idee di calcio“.

Sulla ripresa del campionato: “E’ un discorso molto ampio, le prerogative devono essere due. Il campionato va finito, perché il problema è economico. L’azienda calcio è la terza italiana, non dobbiamo assolutamente pensare che il calcio voglia continuare per via dei giocatori che vanno in campo. Il calcio deve essere tutelato in quanto azienda. La seconda prerogativa è che ci sia un organo sovrano che decida su come finire dei campionati e quando iniziare i prossimi“.

Sulla carriera da allenatore: “Non penso a lungo termine, sogno di avere una società che sposi le mie idee di calcio e le porti fino in fondo. Anche all’estero? Certamente sì, ma per andare all’estero devi fare un bel passaggio in Italia che ti porti ad essere un bravo allenatore“.

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