Alzi la mano chi nel gennaio 2023 pensava che Theo Hernandez potesse trasformarsi in ciò che è da due anni a questa parte? La risposta: nessuno. Non è stata presa una data a caso, perché per chi sta scrivendo c’è un Theo Hernandez pre mondiale in Qatar e un Theo Hernandez post Mondiale in Qatar. Obiezione: “C’è un Milan pre Mondiale in Qatar e un Milan post Mondiale in Qatar“. Accolta.
No, non è un atto di accusa nei confronti del francese quello di cui si discuterà di qui a poco, perché a quello ci pensano altri. È un tentativo di constatazione e comprensione di un fenomeno come quello della discesa vertiginosa nel rendimento del numero 19. Già si sente: “È stato l’addio di Paolo Maldini“. Lungi dal sottoscritto mettere in dubbio un’affermazione di questo tipo, peraltro contenente una parte di verità, tuttavia non può essere tutto ricondotto a ciò.
Che ne dite della finale Mondiale persa in quel modo? Per sua stessa ammissione fu un colpo letale. Che ne dite dei rumors extra campo che per almeno tre mesi hanno infastidito e incattivito l’aria attorno a lui? Non si può certo additare tutto a cause esterne, però, perché nel pieno della carriera e con responsabilità di un certo spessore (capitano, figura esperta nello spogliatoio, top player) una mano serve darsela da sé con comportamenti e atteggiamenti migliori. E su questo Theo Hernandez non sembra essere cresciuto, o meglio sembra aver bloccato la sua crescita.
Quelli del cooling break di Roma, dei rigori di Firenze e dell’espulsione contro il Feyenoord sono solamente i tre episodi più eclatanti, ma sono tanti piccoli fattori ad incidere. Provocazioni, mosse poco intelligenti (buttare un pallone in campo contro la Stella Rossa con l’altro pallone in gioco, ad esempio), accentuazioni di contatti rappresentano problemi non di poco conto a così alto livello.
Il vero problema che forse nessuno si vuol sentire dire è questo: Theo Hernandez è diventato un terzino normale che fa la differenza tanto in positivo quanto in negativo, senza che uno dei due aspetti vada per la maggiore. Per chi era abituato a riempirsi gli occhi delle sue giocate offensive e difensive, perché era diventato solido anche in quel compito, è difficile spiegarsi una tale decrescita.
Non aiuta ovviamente una situazione contrattuale (allarghiamo: interna) instabile, perché l’accordo scade nel giugno 2026 e il club non sembra intenzionato al momento a fare una proposta. Che fare allora per risolvere tutto questo caos?
Per amor proprio, il primo passo verso la direzione giusta spetterebbe proprio a lui. Quando farlo? Da domani a Napoli. Come farlo? Con una prestazione da vero Theo Hernandez. Per quanto farlo? Fino alla fine della stagione. Sta a lui convincersi e convincere chi sta a capo dell’organigramma dirigenziale di puntare ancora su di lui se davvero questa volontà di restare in rossonero è così forte, togliendo qualsiasi tipo di alibi per un mancato rinnovo.
Una mano può arrivare da Sergio Conceicao che sembra volergli spalancare l’out mancino, “svuotandolo” dalla presenza di Leao (possibile panchina) e schierando lì un ibrido come Joao Felix. In pochi, forse, si ricorderanno che il primo Theo dominante nacque nell’affinità con il croato che per caratteristiche tendeva ad accentrarsi e liberare spazio al francese. Un lavoro che il portoghese fa meno perché ha nell’uno contro uno laterale il suo pezzo forte. Non è stato una novità, personalmente, il primo tempo di Lecce di qualche settimana fa, uno dei migliori del 19 con Pulisic in una posizione più centrale partendo da quel lato. Che sia il ritorno alle origini la cura e il metodo per tornare a vedere il vero Theo Hernandez?


