“Anything is better than nothing”: la massima che non vale per il Milan e il suo case study

Piuttosto che niente, è meglio piuttosto… tranne al Milan. Una gaffe può essere concessa a tutti, soprattutto a chi è sotto la luce dei riflettori perché ricopre un ruolo apicale in un determinato contesto. Il problema si pone quando l’accumulazione è costante e tale per cui la figura diventa a tratti macchiettistica. No, quello non può accadere in un club come il Milan e i primi a doverlo riconoscere dovrebbero essere coloro i quali avrebbero il ruolo di difensori del brand.

Per questo motivo sarebbe cosa buona e giusta che venissero provvedimenti seri per evitare che questa inadeguatezza finisca per diventare un imbarazzo. Ed è forse “imbarazzo” il termine corretto per descrivere il sentimento provato nei minuti antecedenti a Milan-Como, match disputatosi sabato a San Siro. Imbarazzo in primis per chi si trova costretto a dover riportare certe dichiarazioni e certi vocaboli, combattuto dinanzi al quesito: è giusto riportare fedelmente quanto viene riferito o è giusto adattarlo al significato che pensiamo volesse intendere chi ha parlato? Se ce lo concedete, però, questo è il livello minimo di imbarazzo, conta il giusto. L’imbarazzo principale è per il messaggio che viene mandato: è davvero diventato questo il Milan? Sono davvero questi gli individui che lo rappresentano?

Ci scandalizziamo per l’attribuzione dell’espressione “handicappati” ai tifosi che presentano disabilità. Lo facciamo per il pensiero che concepisce poi le parole e lo facciamo per la misera forma utilizzata da un rappresentante di un club di questo livello. Non sminuiamo, credeteci, quando diciamo che non è tanto l’episodio in sé ad essere pesante, perché com’è già detto è gravissimo, quanto l’ennesima uscita sbagliata nei tempi e in questo caso nei modi. Queste uscite mirabolanti non sono infatti un unicum. Capiamo la necessità di dover mandare qualcuno davanti alle telecamere nei pre-partita, come da accordi con i broadcaster, che sia l’allenatore (che non vuole andare) o un esponente dirigenziale. Capiamo meno la necessità di perseverare nel concedere errori a chi ne ha già fatti e ha rischiato di ledere l’immagine del Milan in passato. Nulla di personale verso la persona o il professionista che evidentemente bene ha fatto il suo mestiere in passato. Gli avvenimenti negativi di cui si è reso protagonista da quando riveste questa carica iniziano però ad essere troppi.

Lo erano già nel 2019 quando definì, e poi optò per una rettifica, la zona di San Siro come una “landa desolata“, causando una contestazione da parte degli abitanti del Municipio 7 di Milano. Lo sono state nel corso di questi anni negli infiniti cambiamenti di rotta sul progetto del nuovo stadio, di cui si è occupato personalmente. Per ora ha portato ad un investimento di 40 milioni a San Donato, diventato però piano B per cercare di sposare nuovamente l’ipotesi di un nuovo Meazza in condivisione con l’Inter. Il mal di testa nel tentativo di seguire tutti i dietrofront non è legato solamente a lui e alle sue azioni, va detto, ma anche agli intoppi burocratici, ai cambi di proprietà, alle opinioni discordanti al Milan e ai rinvii del Comune di Milano che ora predica celerità.

Ma non dimentichiamo la celebre battuta ad un buffet, poi smentita faticosamente dalla società: “Leao? Per 150 milioni lo faccio trovare già impacchettato. Io sono molto venale…“. Oppure le parole dure nei confronti di Paolo Maldini: “Quando qualcuno guarda al proprio passato con acrimonia vuol dire che non sta vivendo bene il suo presente, mi auguro non sia il suo caso“. Una risposta all’intervista a la Repubblica dell’ex direttore dell’area tecnica e bandiera rossonera, nella quale disse: “In prima fila per lo scudetto, ma lo vedevo spesso lasciare lo stadio in anticipo quando le cose non andavano bene“. Risultato? Una nuova risposta piccata (ma non troppo) di Maldini: “Se guardo al mio passato, non riesco a smettere di sorridere“. Come non ricordare le dichiarazioni spiazzanti dopo Atalanta-Milan di questa stagione, in antitesi con le proteste di Paulo Fonseca contro l’arbitro: “Io non opino mai sulle decisioni degli arbitri. Gli arbitri hanno sempre ragione per definizione“. E ce ne dimenticheremo sicuramente altre, ci scusiamo.

Non è accanimento terapeutico, quanto più un monito: niente è sempre meglio di piuttosto in questo caso. Tutto ciò di cui abbiamo parlato è un po’ lo specchio del momento: inadeguatezza nei ruoli apicali e improvvisazione. A pagare non sono però i singoli, ma è il Milan. Quel Milan una volta signorile, esempio nei comportamenti e nelle parole (non sempre, va detto) misurate. Qui di misurato c’è molto poco, se non la cadenza degli interventi. Diciamo che non serve Harvard o un case study per capirlo, almeno questa volta.

Milan: Paolo Scaroni - MilanPress, robe dell'altro diavolo
Milan: Paolo Scaroni – MilanPress, robe dell’altro diavolo
Daniele Minini
Daniele Minini
Giornalista pubblicista, appassionato di sport. 25 anni. Ho studiato lingue, sono laureato in Scienze della Comunicazione e frequento un Master in Giornalismo. Multitasking e sempre pronto a imparare.

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