Cari Mike e Adrien,
non è una questione di quattro giorni di vacanza in più. Se concordati con il club, non possono diventare una colpa né tantomeno una condanna. Il problema è ciò che quei quattro giorni rappresentano, il messaggio che rischiano di trasmettere all’esterno e soprattutto all’interno di uno spogliatoio che avrebbe bisogno di tutto, tranne che di nuove distanze tra chi c’è e chi ancora deve tornare.
Il Milan arriva da un quinto posto, chiudendo nel peggiore dei modi una stagione complicata. Ora ha cambiato allenatore e ha affidato la panchina a Ruben Amorim, chiamato a ricostruire una squadra e ridare entusiasmo all’ambiente. Il portoghese già al Manchester United aveva però faticato a governare un contesto difficile, seppur diverso da quello rossonero. È proprio per questo che, oggi, ogni dettaglio pesa.
Rabiot e Maignan, l’errore è il messaggio
Non è il diritto a qualche giorno di riposo in più a essere in discussione. Se il club ha dato il proprio consenso, la questione regolamentare finisce lì. Il punto in questa vicenda è un altro: in una squadra che deve ripartire quasi da zero, la percezione conta e arrivare quattro giorni dopo rispetto al termine concordato inizialmente significa inevitabilmente mandare un messaggio, soprattutto quando si parla di due giocatori che non sono semplici elementi della rosa. Adrien Rabiot è arrivato da un anno, ma ha già assunto un peso importante per carisma e palmares. Mike Maignan è il capitano del Milan.
La nuova stagione avrebbe bisogno di compattezza e tranquillità, non di ulteriori elementi capaci di alimentare il rumore attorno alla squadra. Dopo il fallimento della scorsa stagione e l’ennesimo cambio di guida tecnica, il Milan non può permettersi di iniziare con l’ennesimo equivoco. Amorim ha già abbastanza da fare per costruire un’identità tattica e gestire uno spogliatoio che deve imparare a seguirlo. Ai suoi leader dovrebbe spettare il compito opposto: essere i primi a dare l’esempio e a trasmettere l’idea che questa volta si riparte tutti insieme.
Il peso del paragone esterno e… interno
Poi c’è il confronto, inevitabile perché il calcio vive anche di paragoni. Lautaro Martinez, capitano dell’Inter come Maignan lo è del Milan, ha concluso il Mondiale con la finale e ha ripreso ad allenarsi con la squadra ieri. Maignan, che ha terminato il torneo al quarto posto e un giorno prima dell’argentino, rientrerà invece una settimana dopo. Non significa che Lautaro abbia più diritto di essere stanco o che Maignan abbia fatto qualcosa di sbagliato. Significa però che, quando si indossa una fascia, ogni scelta viene inevitabilmente letta anche in relazione a quella degli altri.
E il paragone più interessante, forse, è quello che arriva da casa propria. Luka Modric ha quarant’anni e ha vinto di tutto in carriera, ma nonostante questo è in prima fila per la squadra. È vero: ha avuto più tempo per recuperare perché è uscito prima dal Mondiale rispetto a Rabiot e Maignan, ma ha anche dieci anni in più del portiere francese e un’età nella quale il recupero fisico dovrebbe essere tutt’altro che un dettaglio. Eppure è già lì, è volato in tournée insieme ai suoi nuovi compagni ed è già sceso in campo. Non è una gara a chi torna prima dalle vacanze, bensì una questione di segnali. E oggi, più che mai, il Milan avrebbe bisogno che i suoi leader mandassero tutti lo stesso: ci siamo, ripartiamo insieme.



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