C’è una differenza sostanziale tra spendere tanto e spendere bene. E ce n’è un’altra, forse ancora più importante, tra acquistare giocatori e costruire una squadra. Il Milan, durante l’ultima estate, ha investito cifre considerevoli, ha toccato quota 200 milioni per rinnovare una rosa non poi così forte e completa, per consegnare a Ruben Amorim le chiavi di una squadra che se non era da rifondare poco ci mancava.
Per l’occasione è sceso in campo Gerry Cardinale in persona, come non lo si vedeva da tempo. Sono arrivati calciatori importanti, alcuni dei quali hanno già dimostrato di poter rappresentare risorse preziose per il presente e per il futuro. Eppure, a poche settimane dalla chiusura del mercato, comincia ad affiorare una domanda tutt’altro che banale: possibile che, dopo una campagna acquisti così dispendiosa, il Milan presenti già lacune così evidenti nella profondità del proprio organico?
Una riflessione che non nasce esclusivamente dal pareggio contro il Sassuolo, né tantomeno dagli ultimi infortuni. Sarebbe riduttivo. Il problema ha radici precedenti e riguarda soprattutto la distribuzione delle risorse, la programmazione e la capacità di costruire una squadra competitiva non soltanto nei suoi undici migliori, ma nell’interezza della rosa. Perché il Milan ha certamente aggiunto qualità, ma non sembra aver raggiunto quella completezza necessaria per affrontare senza affanni una stagione tra campionato ed Europa League.
E adesso che il calendario comincia a correre, le lacune che fino a qualche settimana fa sembravano soltanto potenziali rischiano di trasformarsi in problemi concreti.
Milan, la tua rosa è davvero completa?
Partiamo da un presupposto fondamentale: definire fallimentare il mercato rossonero sarebbe ingeneroso, oltre che prematuro. La società ha portato a Milano giocatori importanti, investendo su profili di qualità, esperienza e prospettiva. Alcune scelte potranno rivelarsi particolarmente fortunate, altre avranno bisogno di tempo per essere giudicate. Non è dunque il valore assoluto dei singoli acquisti a dover finire necessariamente sotto accusa. È l’equilibrio complessivo delle operazioni.
Perché una società che investe cifre così rilevanti dovrebbe riuscire a migliorare non soltanto la formazione titolare, ma anche la panchina. Dovrebbe mettere il proprio allenatore nelle condizioni di cambiare tre o quattro giocatori senza abbassare sensibilmente il livello della squadra, garantendo alternative credibili in ogni reparto e una profondità numerica adeguata agli impegni stagionali. E invece la sensazione è che il Milan abbia concentrato una parte considerevole delle proprie risorse su alcune operazioni particolarmente onerose, senza completare fino in fondo il lavoro nelle altre zone del campo.
Non è una questione di nomi altisonanti o di acquisti capaci di accendere l’entusiasmo dei tifosi. È una questione di equilibrio. Di costruzione. Di capacità di guardare oltre la formazione ideale e immaginare tutte quelle situazioni che, inevitabilmente, una stagione lunga e impegnativa porta con sé. Il paradosso è proprio questo: sono arrivati giocatori importanti, ma non necessariamente tutte le risorse di cui il Milan aveva bisogno.
Le cessioni e quella profondità che sembra essere venuta meno
Un altro aspetto merita particolare attenzione: il rapporto tra entrate e uscite. Durante l’estate il Milan ha cambiato profondamente volto, salutando diversi elementi e ridisegnando interi reparti. Operazioni che, considerate singolarmente, potevano avere una propria logica tecnica, economica o progettuale. Non tutte le partenze rappresentano necessariamente un errore e non ogni giocatore ceduto avrebbe garantito un contributo determinante.
Il punto, però, non è stabilire se fosse giusto o sbagliato separarsi da un determinato calciatore. Il punto è capire se, dopo quelle partenze, il Milan sia rimasto sufficientemente coperto in ogni zona del campo. Ed è qui che emergono le perplessità maggiori. In alcuni reparti la rosa appare numericamente ridotta, in altri le alternative non sembrano garantire ancora lo stesso livello di affidabilità dei titolari. In determinate situazioni, poi, la possibilità di sopperire a un’assenza dipende più dalla capacità di adattamento di altri giocatori che dall’esistenza di un ricambio naturale.
È una differenza tutt’altro che secondaria. Perché la duttilità rappresenta certamente un valore aggiunto, ma non dovrebbe diventare una necessità permanente. Un conto è poter spostare un giocatore per sorprendere l’avversario o modificare l’assetto tattico; un altro è essere costretti a farlo perché mancano alternative specifiche. E se le singole operazioni possono essere difese, è la loro somma a lasciare la sensazione di un mercato non del tutto completato.
Saelemaekers e Gabbia: gli infortuni fanno emergere i problemi (di già)
Gli ultimi giorni hanno reso questa situazione ancora più evidente. Alexis Saelemaekers dovrà operarsi alla caviglia. Per il belga si prospetta un’assenza di diversi mesi. A complicare ulteriormente il quadro è arrivato l’infortunio di Matteo Gabbia, costretto ad abbandonare in barella la partita contro il Sassuolo. Gli esami hanno evidenziato una lesione del flessore della coscia sinistra con parziale interessamento tendineo: sarà un consulto specialistico a stabilire il percorso terapeutico più appropriato. La sensazione, anche per lui, però è che si tratti di uno stop non breve.
Due brutte notizie, soprattutto in ottica turnover e rotazioni. Non stiamo parlando infatti della perdita contemporanea di due titolari indiscutibili. Saelemaekers rappresentava soprattutto una risorsa preziosa per duttilità, mentre Gabbia aveva trovato pochissimo spazio in questo inizio di stagione, prima dell’occasione concessagli a Reggio Emilia. Ma se gli infortuni di due giocatori non stabilmente titolari bastano a far emergere dubbi sulla profondità della rosa, significa che qualche problema esisteva già.
Gli infortuni non hanno creato le lacune. Le hanno semplicemente rese più visibili. Nessuna società può prevedere ogni indisponibilità, naturalmente. Pretendere una rosa immune agli imprevisti sarebbe assurdo. Ma una squadra costruita per affrontare più competizioni dovrebbe possedere gli strumenti necessari per assorbire almeno alcune assenze senza vedere ridursi drasticamente le proprie possibilità di scelta. Il problema, insomma, non è soltanto chi mancherà nelle prossime settimane. È soprattutto quanto il Milan possa permettersi di perdere altri giocatori senza compromettere gli equilibri della squadra.
Una panchina all’altezza delle ambizioni?
È probabilmente questo il nodo centrale dell’intera questione. Il Milan non può essere valutato soltanto attraverso il proprio undici migliore. Una stagione non si affronta con undici calciatori, per quanto forti possano essere. Si affronta con una rosa capace di sostenere impegni ravvicinati, cambi di formazione, momenti di difficoltà e inevitabili cali di rendimento. E soprattutto si affronta con una panchina che sappia offrire risposte.
Non significa pretendere ventidue titolari dello stesso livello, un obiettivo difficilmente sostenibile anche per società economicamente più attrezzate. Significa però aspettarsi che la distanza tra chi parte dall’inizio e chi subentra non sia eccessiva, che ogni reparto abbia un numero adeguato di interpreti e che le rotazioni non diventino un esercizio di sopravvivenza. Perché la profondità di una rosa non si misura dal numero dei giocatori a disposizione, ma dalla qualità delle soluzioni che possono realmente offrire.
Ed è proprio sotto questo aspetto che il mercato rossonero lascia qualche interrogativo. A maggior ragione considerando gli investimenti sostenuti. Spendere tanto non garantisce automaticamente di costruire una grande squadra, ma aumenta inevitabilmente le aspettative sulla qualità della programmazione. E dopo un’estate così impegnativa sul piano economico sarebbe stato lecito attendersi un organico più equilibrato, capace di offrire maggiori garanzie anche lontano dai suoi elementi migliori. Il rischio, altrimenti, è quello di avere un Milan competitivo nelle condizioni ideali, ma sensibilmente più vulnerabile quando quelle condizioni vengono meno.
Amorim e la prova della continuità
Naturalmente anche Ruben Amorim dovrà fare la propria parte. Il tecnico portoghese ha il compito di valorizzare le risorse disponibili, responsabilizzare chi ha giocato meno e costruire un’identità che non dipenda esclusivamente dalla presenza di determinati interpreti. La crescita di una squadra passa anche dalla capacità dell’allenatore di trovare soluzioni e mantenere un livello competitivo attraverso le rotazioni.
Ma proprio per questo sarebbe sbagliato separare completamente il lavoro dell’allenatore da quello della società. Amorim deve trovare il modo migliore per utilizzare ciò che possiede. La dirigenza, dal canto suo, aveva il compito di mettergli a disposizione una rosa il più possibile completa, equilibrata e funzionale alle sue idee. Le due responsabilità convivono. E adesso, con il calendario destinato a intensificarsi, arriverà la verifica più importante. Perché giocare ogni tre o quattro giorni significa avere meno tempo per recuperare, meno possibilità di lavorare sul campo e una necessità sempre maggiore di distribuire energie e responsabilità. È in questi momenti che si comprende quanto una squadra sia stata costruita bene. Non quando sono tutti disponibili. Quando qualcuno manca e il livello deve rimanere comunque alto.
Milan, il mercato non è stato un fallimento. Ma poteva essere migliore
Non servono sentenze definitive, così come non serve cercare un colpevole a ogni difficoltà. Il Milan ha qualità, ha investito molto e possiede calciatori in grado di fare la differenza. La stagione è ancora lunga e alcuni giudizi potranno cambiare sensibilmente con il passare delle settimane. Sarebbe quindi sbagliato trasformare i primi problemi in una bocciatura totale della campagna acquisti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare le perplessità che stanno emergendo.
Perché il mercato non deve essere giudicato soltanto per ciò che ha aggiunto, ma anche per ciò che ha lasciato irrisolto. E oggi la sensazione è che il Milan abbia compiuto investimenti importanti senza completare fino in fondo il proprio percorso di rafforzamento. Gli infortuni di Saelemaekers e Gabbia rappresentano soltanto i primi ostacoli di una stagione che ne presenterà inevitabilmente altri. Non possono diventare alibi, ma devono indurre a una riflessione seria sulla profondità dell’organico e sulla capacità di affrontare un calendario sempre più esigente.
Perché una squadra che vuole tornare stabilmente ai vertici non può dipendere soltanto dalla qualità dei suoi uomini migliori. Deve avere una struttura capace di sostenerla anche quando le circostanze diventano meno favorevoli. Il Milan non ha sbagliato i giocatori che ha acquistato. Il dubbio, sempre più concreto, è che non abbia distribuito abbastanza bene le proprie risorse, lasciando incompleto un lavoro che avrebbe richiesto maggiore equilibrio. E questa è una differenza fondamentale.
Il club ha investito tanto per diventare più forte. Adesso dovrà dimostrare di essere diventato anche sufficientemente completo. Perché il valore di un mercato non si misura soltanto dai milioni spesi o dai nomi arrivati, ma soprattutto dai problemi che quei milioni sono riusciti a risolvere. E, nel caso del Milan, qualche problema sembra essere rimasto esattamente dov’era.


