Quando Zlatan Ibrahimovic aveva annunciato il suo ruolo da consulente del Milan, in molti avevano immaginato una figura defilata, simbolica, destinata più a dare prestigio che a incidere realmente sulle strategie societarie. Invece, la realtà si sta rivelando ben diversa. Lo svedese è molto più attivo di quanto ci si aspettasse e non si limita a presenziare agli eventi o a rilasciare dichiarazioni d’immagine: prende decisioni, suggerisce mosse, muove pedine.
Il caso più recente e clamoroso riguarda Adriano Galliani. L’ex storico amministratore delegato del Milan, protagonista dell’epopea berlusconiana, sta per tornare in rossonero con il ruolo di “superconsulente” per la politica del pallone: un incarico di peso, che spazia dai rapporti in Lega Serie A fino alle dinamiche più sottili delle stanze di comando del calcio italiano. E, a quanto risulta, è stato proprio Ibrahimovic a fare la prima mossa, contattando Galliani in persona per sondarne la disponibilità. Un gesto che non è frutto di casualità, ma di una strategia precisa: riportare a Milanello un uomo di relazioni, capace di tessere reti di influenza come pochi altri.
Un doppio colpo firmato Ibra: Galliani e Tare
La regia di Ibrahimovic si è già vista in un altro passaggio cruciale di questa estate rossonera: l’arrivo di Igli Tare come nuovo direttore sportivo. L’ex dirigente della Lazio, noto per la sua abilità nello scouting e nella gestione dei contratti, è stato fortemente voluto dallo svedese, che ne ha sponsorizzato il nome ai vertici societari. Due colpi, quello di Galliani e quello di Tare, che testimoniano come il ruolo di Ibra sia tutt’altro che marginale.
Anzi, se c’è un filo rosso che unisce queste mosse, è l’idea di creare un ponte tra il Milan del presente e quello di un passato vincente, con dirigenti esperti che possano navigare nelle acque spesso agitate del calcio italiano.
Sei teste per un solo Milan: la confusione al vertice
C’è però un rovescio della medaglia. Oggi il Milan si ritrova con sei figure di alto profilo con potere decisionale:
- Zlatan Ibrahimovic, consulente
- Adriano Galliani, superconsulente
- Giorgio Furlani, amministratore delegato
- Gerry Cardinale, presidente proprietario di RedBird e del Milan
- Igli Tare, direttore sportivo
- Paul Singer, patron di Elliott, fondo che ha finanziato RedBird per l’acquisto del club (e con il quale Cardinale ha ancora un debito)
Una moltiplicazione di centri di comando che rischia di trasformarsi in una dispersione di responsabilità. Chi decide realmente le strategie? Chi ha l’ultima parola sulle scelte di mercato, sulle politiche interne, sugli equilibri con le istituzioni calcistiche? In un contesto così affollato, il rischio è che ogni decisione diventi il frutto di lunghe mediazioni, se non di veri e propri conflitti sotterranei.
Galliani, un ritorno che divide
Il nome di Galliani, per i tifosi rossoneri, evoca emozioni contrastanti. Per alcuni è il simbolo di un’epoca irripetibile, fatta di campioni e trionfi in Italia e in Europa. Per altri, l’ultimo tratto della sua gestione è associato a un Milan in declino, alle prese con bilanci da risanare e una rosa in progressivo impoverimento.
Tuttavia, sul piano delle relazioni politiche e istituzionali, pochi in Italia possono vantare la sua esperienza e il suo peso specifico. Ibrahimovic lo sa bene, e forse proprio per questo ha voluto riportarlo in rossonero.
L’ex AD porta in dote una rete di contatti consolidata in Lega Serie A, UEFA e FIGC. In un momento in cui le riforme del calcio italiano, i diritti televisivi e la redistribuzione delle risorse sono temi caldissimi, avere Galliani al fianco può rappresentare un vantaggio strategico notevole.
Il futuro prossimo: tra opportunità e incognite
Da un lato, l’accoppiata Ibrahimovic–Galliani potrebbe garantire al Milan un mix di carisma e competenza capace di incidere profondamente sul futuro del club. Dall’altro, l’attuale frammentazione del potere rischia di rallentare i processi decisionali in un momento in cui il Milan ha bisogno di chiarezza, rapidità e unità di intenti.
Il ritorno di Galliani non è solo una mossa di cuore o un’operazione nostalgica: è un segnale preciso. Il Milan vuole contare di più nei tavoli che contano, uscire dalla percezione di club “internazionale” ma poco incisivo nelle dinamiche interne al calcio italiano.
Resta da capire se sei teste riusciranno a pensare come una sola. Perché, come insegnano la storia e lo stesso Galliani, nel calcio vince chi sa decidere in fretta e agire con coerenza. E questo Milan, oggi, deve ancora dimostrare di saperlo fare.

