Diogo Dalot ha concesso una lunga intervista ai microfoni dell’inserto settimanale della Gazzetta dello Sport, Sportweek. Ecco le parole del terzino portoghese, tra Milan, passato ed amicizie.
Sui portoghesi nel nostro campionato: “A livello fisico e di intensità di gioco il calcio italiano è certamente più impegnativo rispetto al portoghese, ma noi che arriviamo da quello abbiamo già dimostrato di saperci adattare a contesti diversi. È quello che sto facendo io qui e per me rappresenta un motivo di orgoglio“.
Su Pioli: “La sua capacità di comunicare con i giocatori mi piace, fa sentire utile e speciale chiunque, sia che giochi tutte le partite, sia che scenda in campo una volta al mese. Come tecnico sta facendo un lavoro fantastico. La classifica di Serie A parla per lui“.
Sulle possibilità concesse finora: “Quando ho accettato la proposta del Milan avevo un obiettivo più importante di altri, di sentire di nuovo il profumo dell’erba: tornare a considerarmi un giocatore dopo tutti gli infortuni che mi avevano frenato negli ultimi 3 anni. Ci sono riuscito. Finora sono sempre stato a disposizione dell’allenatore. Poi volevo dimostrare di meritare di giocare, attraverso il lavoro quotidiano. E anche questo traguardo credo di averlo raggiunto: fino a questo momento ho giocato 16 partite, mi pare molto positivo“.
Sulle differenze con gli altri terzini rossoneri: “Da un terzino Pioli vuole equilibrio: compattezza difensiva e capacità di spinta. Rispetto a Calabria forse io sono un po’ più offensivo. Avere caratteristiche diverse è una risorsa: io, Davide e Theo abbiamo qualità differenti e questo è un bene, perché offre all’allenatore la possibilità di scelta e aumenta la competitività in allenamento. In un grande club come il Milan la concorrenza alza il livello complessivo della squadra“.
Sul suo cambiamento tattico nel corso degli anni: “Sono momenti diversi della carriera. Il modo in cui giocavo nel 2016 non può essere lo stesso di oggi: è più alto il livello del gioco e degli avversari. Diventa necessario saper difendere. Il mio obiettivo è diventare un giocatore completo. Quando smetterò vorrei aver vinto tanto e che si dica di me che sono stato un punto di riferimento nel mio ruolo“.
Sul pensiero allo scudetto: “È normale quando fai tanti punti e nello spogliatoio ci sono giocatori, o ex, vincenti come Zlatan o Bonera e Dida. La cosa importante è mantenere l’equilibrio. Se ci riusciamo, sono convinto che lotteremo fino in fondo per il titolo“.
Sulle possibilità in Europa League: “Dobbiamo rispettare la Stella Rossa, il prossimo avversario. Da solo, lo stemma del Milan che portiamo sul petto non vince le partite. Loro senza pubblico perdono parecchio, ma restano pericolosi“.
L’amicizia tra Dalot e Rafael Leao
Sull’aiuto che dà la giovane età: “Noi giovani siamo più disponibili al confronto col nuovo. Il fatto di conoscere da anni Leao e di essergli amico mi sta aiutando molto, ma sono stato fortunato anche nell’aver trovato un gruppo di giocatori e uno staff tecnico che sono come una cosa sola. Questo ha accelerato il mio ambientamento“.
Sulle differenze con l’amico Rafael Leao: “Siamo abbastanza diversi. Lui fuori dal campo è molto più estroverso e pure in campo io sembro più concentrato. Non che lui non lo sia, diciamo che lo è in modo diverso. Forse per questo siamo così amici, perché siamo complementari“.
Sempre sul rapporto con Leao: “Io per lui sono quasi una figura paterna: lo tranquillizzo, lo invito a riflettere prima di fare una cosa, ad andarci piano. Gli sto vicino e gli dico quello che va bene e quello che non va bene. Lui fa il contrario: sostiene che devo essere più sciolto, che non devo preoccuparmi troppo per tutto. Siamo uno l’opposto dell’altro, è divertente“.
Sugli scherzi di Leao: “Ho messo pure le foto su Instagram di lui che mi tira la neve a Milanello. Poi mi prende in giro quando dimentico qualcosa per l’allenamento. Ma senza esagerare, perché sa che mi arrabbio“.
Sulla musica che mette in spogliatoio: “A me piace il fado. Solo una persona con una vera cultura musicale può apprezzarlo. Per noi portoghesi è storia, tradizione, cultura appunto. Ma non posso pretendere di diffonderla a Milanello. Prima dell’allenamento metto su reggaeton, hip-hop, insomma musica che può piacere a tutti“.
Il passato di Dalot
Sul ruolo: “Ho inizio da esterno offensivo, poi a 13-14 anni ho arretrato la mia posizione“.
Sul lavoro di Sergio Conceiçao, allenatore del Porto: “Ha una personalità molto forte. Sta facendo un lavoro importante, i risultati parlano per lui. Ha già portato la squadra agli ottavi e ai quarti di Champions, non ha la mentalità perdente“.
Sulla Juventus contro il Porto in Champions: “Commette un errore se pensa di aver già vinto. Il Porto se la gioca. Ha una grande opportunità per dimostrare di essere all’altezza delle più forti. È vero che non arriva a una finale o semifinale da tantissimo tempo, però è sempre lì“.
Su Mourinho: “Mi ha lasciato tante cose. Innanzitutto è l’uomo che mi ha fatto salire un gradino, facendomi giocare in un campionato importante e nel trofeo più prestigioso, la Champions. Poi mi ha sempre fatto vedere, spiegandomelo, quello che mi mancava per giocare ai massimi livelli. E mi piace come gestisce il gruppo“.
Sulla conoscenza di Cristiano Ronaldo: “È successo quest’estate con la nazionale. Noi dell’Under 21 eravamo nello stesso albergo dei grandi. Era da tanto che volevo conoscerlo, per me è sempre stato un punto di riferimento, il mio idolo da bambino. E spero di poter condividere con lui altri momenti, soprattutto in campo, con la maglia del Portogallo“.
La famiglia punto di riferimento
Sul padre e la madre: “Sognava di fare il calciatore, ma erano tempi diversi e mia nonna ha preteso che studiasse. È diventato avvocato, ma ricordo quando mi portava per mano a vedere il Porto allo stadio, Avevo quattro o cinque anni. Ho visto il Porto di Mou vincere la Coppa dei Campioni. Mia madre è insegnante. Dalot è il cognome di lei, in Portogallo si usare dare al figlio anche il cognome materno. Papà fa Jacinto“.
Sulle pazzie fatte finora: “Fin da piccolo sono stato uno che soppesa ogni decisione, ci tiene a fare le cose come vanno fatte e si preoccupa molto. La mia più grande pazzia è stata credere di poter diventare un calciatore a questi livelli. Ho rischiato nell’andare al Porto a 14 anni, nel partire per l’Inghilterra a 18 e nel venire a Milano a 21. Secondo me, sono scelte che hanno un fondo di pazzia“.


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