Nel giorno del suo sessantesimo compleanno, lo storico capitano rossonero Franco Baresi ha parlato ai microfoni dell’edizione odierna del Corriere della Sera: “Il Milan è la mia vita. Penso alla mia infanzia e alle tappe che ho dovuto affrontare. Sono arrivato adolescente e oggi, a 60 anni, sono un po’ più maturo e più saggio. Con il Milan ne ho viste tante, sia sul campo sia da dirigente. Ho incontrato tante persone lungo il cammino che mi hanno fatto crescere, mi hanno forgiato e mi hanno dato”.
Sulle persone che gli hanno dato di più: “Vorrei citare Gianni Rivera, Nereo Rocco, Nils Liedholm, Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi. Sono persone che mi hanno dato molto. Rivera è stato il mio capitano, da lui ho imparato tantissimo, anche se l’ho avuto solo un anno perché lui era a fine carriera. Mi è servito tantissimo quell’annata dove abbiamo vinto lo scudetto della stella con una squadra che non era, di certo, la favorita per vincere il campionato. Liedholm e Rocco sono state due icone. Quando penso a loro, mi vengono i brividi”.
Su Nereo Rocco: “Mi ha dato fiducia. Lui era bravissimo con i giovani. Mi ha lanciato in un ruolo non semplice e mi ha fatto esordire in Serie A contro il Verona al Bentegodi. Vincemmo 2-1, ma la mia prestazione non fu esaltante. I compagni furono eccezionali con me. Negli spogliatoi mi fece una battuta che mi fece arrossire”.
Su Silvio Berlusconi: “Ho avuto la fortuna e il privilegio di averlo per 30 anni come presidente. È stato lungimirante e, per me, è stato fondamentale. Ha portato la sua mentalità vincente dentro una squadra di calcio”.
Su Arrigo Sacchi: “Mi ha completato e migliorato sotto tanti punti di vista. Ha introdotto una cultura del lavoro diversa. Preparava le gare in maniera diversa da quello che era il metodo abituale dell’epoca”.
Sul suo momento peggiore e sul suo momento migliore della sua esperienza in rossonero: “Quelli brutti sono stati pochi, anche se il più brutto è stato quello della seconda retrocessione. Ebbi un’infezione da stafilococco che mi tenne fuori da ottobre fino a febbraio. Venne comprato Maurizio Venturi per sostituirmi. Fu un’annata balorda. Dire quale sia il momento migliore è difficile. Metterei in fila i primi due anni di Sacchi. Lo scudetto del 1988 è stato pieno di sorprese perché praticavamo un calcio nuovo, diverso. L’anno dopo siamo tornati in Coppa dei Campioni e l’abbiamo vinta. In breve tempo siamo arrivati in cima al mondo. È stato un momento grandioso”.
Sul calcio giovanile: “Dare consigli al cuore dei giovani d’oggi non è semplice. Lo sport deve essere fatto con amore e passione. Gli oratori sono sempre stati tappe importanti per i giovani e per la loro crescita. Ma credo che siano anche fondamentali le persone che gestiscono questi ragazzi, che gli devono dare dei valori che vanno anche oltre il calcio”.
Sulla mancata convocazione al Mondiale del 1986: “Ho fatto tre Mondiali con un primo, un secondo ed un terzo posto. Mi è dispiaciuto non andare al Mondiale di Messico ’86, con Bearzot ho avuto delle divergenze normali, ma io posso solo ringraziarlo. Nel 1982 ero retrocesso con il Milan in Serie B e sono stato convocato per il Mondiale in Spagna. Partecipare a quella Coppa del Mondo mi ha fatto vivere momenti straordinari e mi ha lenito la delusione per la retrocessione. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere molto. La sua voglia era quella di vedermi giocare in coppia con Gaetano Scirea, per quello ho anche deciso di cambiare ruolo”.
Sul Milan attuale: “In ogni club ci sono dei cicli, anche con dei cambiamenti. Ci sono stati dei cambi di proprietà. Berlusconi è rimasto per 30 anni e quello, di certo, è un punto favorevole. Oggi c’è tanta concorrenza, non è semplice perché vanno rispettate diverse regole, come il Fair Play Finanziario. Penso che il Milan, comunque, possa tornare in alto”.
Sul mancato approdo alla Juventus nel 1982: “Erano solo voci. A me, personalmente, non è mai arrivata la richiesta di cambiare e penso che il Milan non abbia mai voluto vendermi. Sono cresciuto in questo club e non ho avuto nemmeno il pensiero di cambiare maglia, quell’anno mi fecero capitano. Diventare capitano è stato un onore e uno stimolo enorme”.
Sulla finale di Champions League persa che più gli fa male: “Forse quella contro il Marsiglia, sebbene fosse una squadra molto difficile da affrontare, forte fisicamente. Il Milan, in quell’occasione, meritava di più. Nelle finali deve girare tutto bene. Si vede che era destino”.
Sul ritiro della maglia numero 6: “Ricordo quell’estate, quando Berlusconi decise di togliere la maglia numero 6, fu un gesto emozionante per me. C’è sempre stata riconoscenza nei miei confronti da parte della società. Berlusconi, anche lì, giocò d’anticipo e sorprese tutti”.
Sul rigore sbagliato durante la finale del Mondiale del 1994: “Tenevo moltissimo a quel Mondiale perché ero capitano, c’erano tanti compagni di club e il commissario tecnico era Sacchi. Quando mi sono infortunato alla seconda gara, il morale era sotto i tacchi, vedevo che si stava frantumando la mia occasione. Devo solo ringraziare i miei compagni per aver giocato la finale, la squadra dimostrò grande carattere. È stato un successo giocare la finale, poi i rigori fanno parte del gioco. Anni dopo ci è andata meglio, nel 2006, sempre ai rigori”.
Sul Pallone d’Oro: “Ci sono andato vicino, ma davanti a me arrivò Marco van Basten in due occasioni, quindi non ebbi rimpianti”.
Su Ralf Rangnick: “Non bisogna mai essere prevenuti davanti alle novità. Questa è la mia prerogativa. Ora c’è un allenatore e c’è una proprietà che decide, ci sono persone che dovranno decidere per il meglio. Credo che alla base debba sempre esserci il club, non c’è bisogno di individualità, ma di coesione. Bisogna pensare insieme, senza mai dimenticare la storia di questo club e la sua filosofia”.
Su Alessio Romagnoli: “Sappiamo quali sono le qualità di Alessio, uno dei migliori giocatori che abbiamo in Italia. È al Milan da diversi anni e credo che stia capendo l’importanza di giocare con la maglia rossonera. La fascia al braccio è un pezzo di stoffa, ma ha effetti incredibili su chi la indossa”.
Su Paolo Maldini: “Se debba rimanere in società? Rispondere è difficile, anche perché non sappiamo come la pensi Paolo. Eviterei di fare supposizioni, sappiamo chi è stato e quello che ha fatto per il Milan”.
Sull’ultima volta in cui il Milan l’ha fatto emozionare: “Il Milan ha disputato buone partite, ma deve imporre il proprio gioco con coraggio e non deve avere paura. Questo aiuta a crescere”.
Sul futuro di Gianluigi Donnarumma: “Le opportunità sono diverse rispetto ai miei tempi, dare consigli è sempre molto difficile. Se fossi Donnarumma, non esiterei a rimanere”.
Sul difensore che più gli piace in questo momento: “L’annata di Virgil van Dijk è stata strepitosa, mi ha impressionato. Al Liverpool ha fatto la differenza per la sua padronanza, per la personalità. I Reds, pur avendo speso tanto, hanno fatto un gran colpo”.
Sulla situazione di emergenza sanitaria che si è venuta a creare: “Sento spesso i miei parenti a Travagliato che, per fortuna, è stato colpito poco. Mi hanno raccontato che l’atmosfera nelle province di Bergamo e Brescia è tremenda. Il nostro Paese è stato messo a dura prova e c’è una ferita profonda che sarà dura rimarginare. Penso alla sofferenza di chi ha perso i propri cari, di chi ha vissuto in prima linea a contatto con la morte. È stato qualcosa di devastante da vedere”.
Sull’ipotetico ritorno della Serie A: “So che tutti gli appassionati sperano che il campionato riparta e che possa essere portato a termine. Mi metto però nei panni dei giocatori e non è facile. Giocare in stadi vuoti non è semplice. Ma se saranno in sicurezza e ci saranno comportamenti responsabili, credo sia giusto provare a ricominciare, per dare anche allegria e svago. Il calcio deve dimostrare di essere un esempio di responsabilità. Mi auguro che il campionato si possa completare, poi saranno gli addetti ai lavori a decidere quando”.

