Meani ritorna su Calciopoli: «Andai vicino a tradire il Milan, ora non sento più nessuno. Il caso di oggi? Meno grave del 2006»

Leonardo Meani, il noto ristoratore ex addetto agli arbitri del Milan, è tornato a parlare a un media dopo anni. Il caso Rocchi che sta sconvolgendo il calcio italiano è simile a Calciopoli? La risposta arriva da parte di un coinvolto diretto del 2006, intervistato dal sito della Gazzetta dello Sport.

NULLA A CHE VEDERE CON IL PRECEDENTE

«Il 7 maggio 2006 il mio nome apparve sulla Gazzetta. Eravamo a Salsomaggiore con la squadra, ricordo Pippo Inzaghi che a colazione mi chiama e, con il giornale in mano, scherza: ‘C’è qui il tuo nome, ora ti vengono a prendere’».

«Le intercettazioni, decontestualizzate, non si capiscono. Io scherzo spesso, come i miei amici sanno bene, e alcune frasi dette al telefono sono state prese in senso troppo letterale. E poi, chi non frequenta il calcio non è in grado di capire certe sfumature. Il caso di oggi? All’inizio mi ha colpito: non credevo sarebbe potuto succedere. Ora mi pare infinitamente meno grave che nel 2006, non c’è un sistema come quello della vecchia Juve».

«Chi sento ancora del Milan? Nessuno, in realtà. Ho parlato con Galliani qualche volta, Ramaccioni è venuto lo scorso anno a pranzo. Non molto altro. Eppure, Kakà organizzò il suo pranzo di fidanzamento al mio ristorante e una sera Ancelotti e i giocatori rimasero fino alle 3 di notte a cantare e giocare con un pallone».

«Tornare al calcio? No, mai, davvero. Il calcio mi piace ma, quando hai vissuto il Milan in Champions, non puoi andare al Fanfulla, con tutto il rispetto. Ma una volta andai vicino a tradire i rossoneri. Facchetti mi chiamò, mi voleva all’Inter. Andai a casa sua, siamo sempre stati vicini, lui di Treviglio e io di Lodi. E poi scoppiò Calciopoli».

«Milanista da sempre? Da Rivera. Mio papà era un super tifoso granata, così tifoso che quando il Toro perdeva spegnava la televisione e nessuno poteva vedere la Domenica Sportiva. Mia mamma era un’interista brianzola ma io non ho mai avuto dubbi: Milan. Iniziai a dare una mano per l’accoglienza degli arbitri in un Milan-Bruges del 1990. Ricordo ancora chi era stato designato: Forstinger, austriaco. Poi diventai uno della squadra, stavo con i calciatori, in campionato andavo in panchina e in Europa guardavo dalla tribuna. Impossibile scegliere, però l’anno dello scudetto di Zaccheroni è stato speciale. In quella stagione, arbitravo anche le partitelle in allenamento. La stagione girò definitivamente il 2 maggio, con il 3-2 alla Samp: tiro di Ganz al 95’ deviato in porta da una mano di Castellini. L’arbitro Braschi alla fine mi confessò: ‘Due minuti prima, sul tiro di Catè parato da Abbiati, avevo già il fischietto in bocca. Ero sicuro che avrebbe segnato’».

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