Due anni fa l’indizio, oggi la prova: a Cardinale non interessano davvero direttori sportivi e direttori tecnici

Due anni fa era sembrato soltanto un segnale. Oggi, invece, appare sempre più come una vera e propria linea guida. Al Milan targato RedBird le figure del direttore sportivo e del direttore tecnico non sembrano avere il peso che tradizionalmente hanno nel calcio italiano.

Quando nell’estate del 2023 vennero allontanati Paolo Maldini e Frederic Massara, la spiegazione che filtrò dagli ambienti societari fu piuttosto chiara: il club voleva superare il modello classico del direttore sportivo accentratore, preferendo una struttura più moderna, distribuita e basata sul lavoro di squadra. Una scelta che fece discutere allora e che continua a far discutere oggi.

A distanza di due anni, però, i fatti sembrano raccontare una realtà ancora più netta. Perché la sensazione è che Gerry Cardinale non voglia delegare completamente a nessuno le decisioni più importanti riguardanti l’area sportiva.

Il caso Tare conferma una tendenza

L’ultimo esempio è quello di Igli Tare. Arrivato con l’obiettivo di ricostruire una struttura sportiva forte e riconoscibile, il dirigente albanese ha già salutato dopo appena una stagione. Una stagione certamente non perfetta, caratterizzata da errori e scelte discutibili, ma nella quale attribuire ogni responsabilità esclusivamente all’ex Lazio sarebbe quantomeno semplicistico.

Igli Tare che lascia Casa Milan - MilanPress, robe dell'altro diavolo
Igli Tare che lascia Casa Milan – MilanPress, robe dell’altro diavolo

Il mercato, le scelte tecniche, le strategie societarie e persino alcuni dossier legati alla programmazione futura sono stati il risultato di decisioni condivise da più figure. Eppure, ancora una volta, la figura del direttore sportivo sembra essere quella destinata a pagare il prezzo più alto.

È qui che emerge il vero interrogativo. Se il Milan continua a cambiare i propri dirigenti sportivi dopo periodi così brevi, il problema è davvero rappresentato dagli uomini scelti oppure dal modello organizzativo stesso?

Un ruolo senza piena autonomia

Nel calcio italiano il direttore sportivo è storicamente una figura centrale. Costruisce la squadra, gestisce i rapporti con procuratori e club, prende decisioni strategiche e, soprattutto, gode di un certo margine di autonomia.

Al Milan degli ultimi anni questa autonomia sembra essere stata progressivamente ridotta. Le scelte più importanti passano attraverso diversi livelli decisionali, con la proprietà che mantiene un controllo costante e diretto sulle operazioni più rilevanti.

Un approccio che può funzionare in alcuni contesti aziendali, ma che nel calcio italiano rischia di creare zone grigie. Perché se il direttore sportivo non ha pieno potere decisionale, diventa inevitabilmente difficile giudicarne il lavoro in maniera completa.

Il filo che unisce Maldini, Massara e Tare

Osservando gli ultimi due anni emerge un filo conduttore piuttosto evidente. Prima Maldini e Massara, poi Tare. Cambiano i nomi, cambiano le competenze e cambiano le storie professionali, ma il risultato finale sembra essere sempre lo stesso.

La sensazione è che RedBird continui a cercare dirigenti importanti senza però voler concedere loro quella centralità che tradizionalmente caratterizza il ruolo. Un paradosso che rischia di rendere sempre più complicata la ricerca di figure disposte ad assumersi responsabilità senza avere un reale controllo dell’area sportiva.

Per questo motivo la vicenda Tare rappresenta molto più di un semplice cambio dirigenziale. È l’ennesima conferma di una filosofia gestionale che, almeno finora, non ha mai davvero messo il direttore sportivo al centro del progetto.

Due anni fa l’addio di Maldini e Massara poteva essere interpretato come un episodio isolato. Oggi, dopo quanto accaduto con Tare, appare invece come il primo tassello di una strategia ben precisa. Una strategia nella quale il Milan continua a cercare dirigenti, ma nella quale la proprietà sembra non voler rinunciare al controllo delle decisioni più importanti.

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