Il doppio ex Francesco Coco ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Gazzetta.it in vista del derby della Madonnina di domenica sera tra Milan e Inter. Ecco le sue parole.
Coco sul derby: «Inter più squadra. Sfida imprevedibile»
«Si dice sempre che il derby non si gioca, ma si vince. Per me non vale… Però mi sarebbe piaciuto soprattutto segnare: quella in realtà è la cosa a cui ripenso più spesso e soprattutto più mi manca, perché me lo sono immaginato tantissime volte ma non ho mai neanche tirato in porta né contro l’Inter né contro il Milan. Ai miei tempi secondo me si sentiva di più l’atmosfera da derby soprattutto in campo, perché sugli spalti resta la stessa. Ma una cosa resta uguale: l’imprevedibilità. Può sempre vincere chi sulla carta parte sfavorito, conta solo come si interpreta emotivamente».
Coco non si sbilancia: «In questo momento l’Inter sicuramente è più squadra. Gioca insieme da più tempo, è più forte tecnicamente, ha giocatori bravi soprattutto davanti. Non sarà però un dettaglio l’assenza di Lautaro, perché è uno di quelli che rispecchia il giocatore da derby. Lo sente, ci mette quel qualcosa in più di cattiveria, agonismo, grinta. Ma stabilire chi vince è impossibile».
E sul suo addio al Milan…
«Al Milan arriva Terim, con cui fin da subito non instauro un buon rapporto. Anzi, pessimo. Così a fine agosto saluto, nonostante la società mi avesse inserito nel gruppo degli incedibili, e vado al Barcellona. C’erano anche altre società inglesi che avevano bussato alla porta, ma il Milan chiuse subito tutte le trattative, non volle neanche parlare. Comincia la stagione, a luglio la preparazione, arriva Terim ma non ci ‘prendiamo’ assolutamente già dai primi giorni».
Coco prosegue: «Alla fine di una buona stagione a livello personale, il Barça dice di tenermi. Però io da un paio di mesi avevo strizzato l’occhio all’Inter perché il mio obiettivo era tornare in Italia. Poi ricevo una telefonata da Ancelotti che mi chiede di tornare al Milan, parliamo al telefono due ore, ma gli dico di no. La cosa peggiore che avrei potuto fare, nessuno direbbe no ad Ancelotti. Per lui sarei tornato da Barcellona a Milano a piedi ma c’erano in ballo questioni personali, con il Milan si era rotto qualcosa. E non resto neanche blaugrana. Seedorf? L’Inter mi voleva e mi avrebbe acquistato comunque, inserendo Clarence o meno. Il modo tramite cui sono arrivati all’accordo non mi riguardava: erano questioni societarie. Quando venni a sapere dell’inserimento di Seedorf fui il primo a scherzare: ‘Ma come, un difensore per un centrocampista?’. Però io conoscevo le mie qualità, sapevo chi ero, e il paragone con Seedorf non mi ha mai riguardato. Cose loro».
Sul suo passaggio all’Inter: «I primi mesi sono stati un po’ particolari, perché anche gli interisti mi vedevano come un milanista vero, simile ad Albertini, Baresi, Maldini. Quelli cresciuti in rossonero e arrivati in prima squadra dopo tutte le giovanili. A San Siro puoi davvero ascoltare ogni singola parola, e dopo ogni mio errore li sentivo: ‘Milanista di mer…!’. Non è stato facile. Poi la stagione andò meglio, mi ambientai e accettai la situazione. Ma quando senti i tuoi tifosi da un lato tirare fuori il passato e dall’altro darti del ‘traditore’ non è bello…».


