Fase due anche per il calcio: una ripartenza tra mille perché. E senza Ibra

Riparte anche il calcio, anche il Milan. Da domani i calciatori rossoneri e tutto lo staff completeranno le visite mediche necessarie per la ripresa degli allenamenti e il rientro a Milanello. Una riatlettizazione necessaria per tutti, divisi in gruppi per le sedute di allenamento, in orari diversi sui campi di Milanello. Evitare al minimo i contagi, un tentativo di contenimento della diffusione del virus. Per ora si riparte singolarmente, per poi procedere con gli allenamenti di gruppo. La ripresa del campionato si avvicina e mercoledì Conte comunicherà la decisione (quasi) ufficiale. Si riparte? Ancora non si sa. È uno solo dei mille perché irrisolti.

Sarà possibile mantenere e rispettare tutte le norme? Si potrà davvero chiamare “normalità” in uno sport basato sul contatto fisico? Si tratta dunque di un tentativo che potrebbe mettere a rischio squadre, gruppi di lavoro, famiglie e persone. Un tentativo che potrebbe fallire. Certezze poche, voglia di riprendere tanta. Forse troppa. Una necessità che richiama le perdite di questi mesi, caratterizzata da un rientro dei calciatori nei rispettivi paesi, con un richiamo che sa di dovere. Il dover essere un calciatore, ai tempi moderni. Un calciatore chiamato a riprendere un campionato che ha già perso il suo significato più puro. Un senso vero ormai smarrito. In attesa di delibere, nuove regole, sperimenti e una chance ghiotta di rimettere in pista una macchina per l’economia del nostro paese.

All’appello dei rossoneri mancano quindi Kessie e Ibra. Un rientro complicato per entrambi, ad oggi impossibile. Due pedine in meno che potrebbero pesare nel bilancio della squadra, ora proiettata alla programmazione del termine della stagione. Un mancato rientro che si aggiunge ai mille perché, ancora una volta tra incognite e realtà probabilmente mai davvero cristalline.

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