Massimo Maccarone ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Gazzetta.it in occasione della sfida di questa sera tra Empoli e Milan, due squadre nel suo passato. Ecco le sue parole.
Sull’Empoli a 4 punti dall’Europa: “Sorpresa? Assolutamente no. Empoli è un’oasi felice dove il talento dei giovani viene coltivato e fatto crescere. Trova sempre allenatori giusti“.
Sul segreto: “La pace con cui si lavora. Per vedere i tifosi infuriati deve succedere il finimondo. In tanti anni non li ho mai visti arrabbiati, forse solo l’ultimo. Per il Milan sarà tosta, i giovani hanno gli occhi della tigre“.
Su chi l’abbia stregato di più: “Ricci, Parisi e Pinamonti. Soprattutto quest’ultimo. Ha trovato continuità e fiducia. L’Empoli, se parliamo di settore giovanile, è una piccola Atalanta. Valorizza, aspetta e poi lancia i ragazzi“.
Su Krunic: “Con Rade ho giocato un paio d’anni. Forte forte lui, è un grimaldello che apre più porte. Al Milan ha fatto anche la punta“.
Sul Milan: “Se sono diventato ‘Big Mac’ lo devo a loro. Giocavo nel Soccer Boys, mi notarono in un torneo. Stregai tutti in un provino di dieci giorni a Bormio. Da ragazzino vivevo sui treni: avanti e indietro da Novara, poi autobus. A 16-17 anni ho fatto il raccattapalle a San Siro, a 14 mi feci cacciare dal lavoro… non avevo voglia di studiare, così mio padre mi mandò da un fruttivendolo. ‘Ora ti faccio conoscere il sacrificio’, disse“.
Il racconto dell’episodio: “Era il 1994, l’estate del Mondiale negli Stati Uniti. Le partite erano di pomeriggio, io avevo il turno in quegli orari lì. Persi il primo tempo di Italia-Irlanda, così chiesi un permesso per Italia-Norvegia. Il capo disse no, così feci un po’ di danni per farmi cacciare. A un certo punto rovesciai per terra una serie di cocomeri. Non poteva più tenermi“.
E continua: “Avevo 14 anni e già giocavo nel Milan. L’ultimo anno nelle giovanili, nel 1996-97, ero aggregato alla prima squadra con Capello. Lo spogliatoio era come il giardino dell’Eden, per me: a destra c’erano Desailly, Kluivert, Weah. A sinistra Savicevic, Costacurta, Maldini…“.
Su Capello: “Gli altri mi avevano preso in simpatia. ‘Sei il figlioccio del mister’, dicevano. E in effetti era vero: se c’era un rimprovero me lo prendevo io. Mi voleva fisso in prima squadra. Mi urlava sempre dietro per motivarmi e farmi crescere. Con lui ho capito il professionismo“.
Sull’esordio mancato: “Nel 2001, dopo un po’ di prestiti, stavo per tornare. Mi voleva Terim, ma l’Empoli mi riscattò alle buste per centomila lire in più. I rossoneri misero 6 miliardi, i toscani sei e cento. È andata bene così, senza il Milan non avrei conosciuto piazze stupende come Siena e Empoli“.
Sui 6 gol segnati al Milan, come una rivincita: “Un po’ sì dai. Non mi hanno voluto, così ho fatto qualche gol. Scherzi a parte, sarò sempre grato a loro. Mi hanno preso bambino e fatto crescere“.
Sull’Empoli: “Casa mia da sempre e per sempre. Otto anni di gol, di sorrisi, di gioie, di lacrime, di promozioni cercate, inseguite e raggiunte. Le birre scolate a bordocampo? Dovevo mantenere una promessa. Dicembre 2015, a Bologna vinciamo 3-2 e segno due gol. Il giorno prima avevo incontrato alcuni amici storici. Hanno un pub in città. Alla fine venne fuori una sfida. ‘Se segni devi venire da noi e bere un sorso di birra, non hai il coraggio’. La cartolina del Dall’Ara parla chiaro“.
Un pronostico: “Pronostici non ne faccio. Nel 2017, con Martusciello, vincemmo 2-1 a San Siro. Ibra è devastante, a 40 anni fa ancora la differenza“.


