Sono passati esattamente due anni oggi da quel 12 luglio 2018, primo giorno del Milan targato Elliott. Quella giornata segnò il capolinea della proprietà cinese del misterioso Yonghong Li (durato poco più di un anno) col conseguente passaggio del club rossonera al fondo di Paul Singer. Due anni di cambiamenti e di pochi successi. Un film alquanto prevedibile, viste le premesse di 24 mesi quando nessuno si illuse che un fondo di investimento, che già aveva ricapitalizzato il Milan per evitarne il default, potesse compiere campagne acquisti faraoniche per puntare in breve tempo a grandi traguardi.
Nel frattempo, sulla panchina si sono susseguiti tre allenatori (Gattuso, Giampaolo e Pioli) e ce n’è in arrivo un quarto (Rangnick). Analogamente nei ruoli chiave della società l’amministratore delegato Ivan Gazidis ha fatto due “vittime” in pochi mesi (Leonardo e Boban) e ce n’è una terza pronta a salutare (Maldini). E’ possibile che l’alba del vero Milan cucito su misura intorno ai diktat di Singer arriverà dopo la fine di questo campionato. Di certo, il progetto non è orientato ad un breve termine quanto sul medio-lungo periodo.
Ciò non significa per forza che Elliott resterà ancora a lungo la proprietà del Milan. Il nuovo stadio di proprietà è la chiave di volta per impostare un business plan che guarderà molto poco al campo e tanto alla sostanza economico-finanziaria. Se il fondo americano troverà sul mercato un soggetto disposto a scommettere sul brand Milan, allora si farà da parte con buona pace di tutti. Diversamente, senza fretta, si procederà al progetto dello stadio e si cercherà sul campo almeno di tornare tra le prime quattro del campionato e accedere alla Champions League ad oltre sei anni dall’ultima apparizione rossonera. Troppi ormai.

