Ex giocatore centrocampista del Milan, ed ex tecnico dei rossoneri (2016) e del Monza (2020), Cristian Brocchi vivrà con un emozione speciale il match di San Siro di domani: Milan-Monza. Proprio a questo riguardo, Brocchi è intervenuto ai microfoni della Gazzetta dello Sport, ecco le sue parole:
“In Serie C ho sentito la stessa pressione che avevo al Milan, ma in Serie A. Eravamo la squadra da battere“.
Sulla sua esperienza in panchina nel 2016:
“Fui vicino a subentrare anche l’anno precedente. Anche se non avevo costruito io la squadra, Berlusconi puntò su di me. Era impossibile dire di no. Avrei preferito partire dall’inizio invece che a stagione in corso, dico la verità, soprattutto perché se la proprietà non fosse cambiata sarei rimasto anche nel 2016-17. Resta l’orgoglio di aver allenato la squadra della vita e di aver giocato una finale di Coppa Italia a testa alta, perdendo ai supplementari contro una Juve che dominava. Nella ripresa entrarono Morata e Cuadrado…”.
Sull’influenza di Carlo Ancelotti:
“Io mi rivedo in lui a livello caratteriale. Non sono uno da sceneggiata, non do calci alle bottigliette e non sbraito per farmi notare. Ancelotti mi ha insegnato molto, se non tutto, così come Prandelli”.
Su chi avrebbe potuto giocare con Carletto:
“Non amo fare paragoni, ma dico Theo e Leao”.
Su Rafel Leao:
“Nulla, a mio avviso. È il suo modo di giocare che ti porta a pensarla così, ma in realtà è la sua forza. Il Milan senza Leao è un’altra cosa. Certo, va detto che all’epoca quando Kakà non era in giornata c’erano Seedorf, Pirlo, Sheva, Inzaghi. La luna storta si notava meno”.
Su Stefano Pioli:
“E’ stato un fenomeno ad aver ricostruito il Milan, aiutato anche da Maldini e Massara. Ora le aspettative si sono alzate, sono arrivati dieci giocatori nuovi e questo può aver inciso. Ma il problema non è lui”.
Sugli infortuni:
“Di sicuro hanno pesato”.
Sul ricordo di Silvio Berlusconi:
“Non ho mai incontrato un’altra persona in grado di stimolarti tanto quanto lui. Aveva l’arte di riuscire a farti guardare il più lontano possibile. Ricordo le nostre cene ad Arcore e le chiacchierate sul Milan. Quando vincevamo, lui e Galliani erano come noi. Volevano ridere e scherzare. La vera forza la vedevi dopo le sconfitte, perché riuscivano a tirar fuori una forza che nessuno pensava di avere“.


