Ariedo Braida è stato intervistato dal Corriere della Sera in prossimità al suo ottantesimo compleanno. Le note più interessanti della chiacchierata.
BRAIDA HA ANCORA VOGLIA DI STUPIRE
«Ottant’anni? L’importante è proiettarsi in avanti. Se uno riflette sul passato significa che la vita sta scivolando via e invece sento energia per proseguire. Ho entusiasmo per ciò che potrò dare ancora».
«Nel 1962 un osservatore mi ha segnalato per un provino al Milan che ho sostenuto nello stadio della Pro Sesto. Mi aveva selezionato Nils Liedholm ma il presidente della mia società di allora mi consigliò di firmare per l’Udinese».
«Conosco Beppe Marotta da anni. Quando ero l’attaccante del Varese nel 1969, c’era questo bambino appassionato di calcio che raccoglieva tutti i palloni dietro le porte. Io che avevo undici anni più di lui guardavo con affetto questo ragazzino che ogni giorno veniva al campo. Era l’attuale presidente dell’Inter».
«La trasformazione è avvenuta quando ho conosciuto Adriano Galliani. Mi ha preso sotto la sua ala protettiva: ero il centravanti della squadra ma la sera preferivo andare a cena con i dirigenti. Era il periodo in cui ero tentato di intraprendere la carriera di consulente finanziario: compravo titoli azionari e consigliavo ai miei compagni di risparmiare perché la nostra carriera era di breve durata. Lui per me è il Boss. Una volta allo stadio c’era suo figlio Gianluca bambino e lo interpellava ‘Papà, papà’. Niente. Quando ha esclamato ‘Boss!’ si è girato. Lui mi ha dato l’opportunità di aver fatto parte di un club che per anni è stato il numero uno al mondo. Sarò sempre grato a lui e al presidente Berlusconi per la fiducia».
«Vado fiero dell’affare Ancelotti perché all’inizio sembrava una trattativa in salita. Il campione più grande? Farei un torto a scegliere solo un giocatore. Sono arrivati Van Basten, Gullit, Sheva, Kakà. Peraltro vorrei smentire un luogo comune. Tutti dicono che compravamo i migliori grazie alle risorse del presidente. Ma Kakà oppure Thiago Silva o Pato erano costati cifre normali. Non paragonabili ai numeri attuali: ora costerebbero 200 milioni».
«Un rimpianto? Io e Galliani eravamo andati a Genova per l’acquisto di Luca Vialli. Sembrava tutto fatto poi ci dissero che preferiva restare alla Samp perché a Milano non c’era il mare. Quello più rocambolesco porta il nome di Frankie Rijkaard: i tifosi volevano fare irruzione nello stanzino sotto le tribune dello stadio dove stavamo concludendo il contratto con lo Sporting Lisbona. Scappai con i fogli firmati nelle mutande: una scena da serie su Netflix».
«No, l’amarezza maggiore sul campo è stata la finale persa a Istanbul. La separazione dopo tanti anni poteva essere messa in preventivo. Ho amato il Milan con tutto me stesso, sono orgoglioso di aver contribuito a scrivere la storia».


