Paolo Maldini è stato uno dei più grandi difensori della storia del calcio, per alcuni anche il più grande. Se oggi qualcuno dovesse chiedere quale sia stato il suo più grande pregio, si potrebbe certamente rispondere: la testa. Una prerogativa che ha attraversato tutta la sua carriera, dal debutto fino all’ultima partita a Firenze nell’oramai lontano maggio 2009, passando per l’ultima a San Siro. Fu un Milan-Roma, finito 2-3 con gol decisivo negli ultimi minuti di Totti; ciò che però fece più male agli occhi, oltre che alle orecchie chiaramente, furono i fischi, di una piccola minoranza va specificato, al giro di campo in occasione dei saluti al pubblico di casa sua, che resero ancor più difficile da digerire quella giornata.
La testa, dicevamo, l’arma in più nel suo percorso, da giocatore e forse anche da uomo. Lo testimonia un esempio abbastanza recente, risalente al periodo del lockdown: Paolo Maldini fu ospite in una delle dirette serali di Christian Vieri su Instagram nella quale, oltre alla chiacchierata amichevole con l’ex centravanti, fece un discorso eccezionale sull’importanza che il calcio ha avuto nella sua formazione come uomo, oltre che come sportivo. Ora siamo testimoni di un altro capitolo della carriera di Paolo: quello da dirigente. Siamo ancora agli albori, ciononostante ha avuto già alti e bassi, dai quali avrà sicuramente tratto insegnamento. La situazione del Milan è una di quelle particolari: appartiene ad un fondo di investimenti e si trova vincolato dai paletti imposti dalle regole del Fair Play Finanziario dopo i disastri delle annate passate. Per questo il lavoro degli uomini del club rossonero è esente da alcune colpe, è come se si trovasse a navigare controllato a vista.
Ad oggi si può dire che il vero “errore” del management rossonero dai tempi in cui Elliott ha rilevato il club è stata la scelta di Marco Giampaolo un anno fa: forse non tanto la scelta in sé, quanto piuttosto quello di non avergli consegnato ciò di cui più aveva bisogno – ovvero il trequartista da schierare dietro le punte – e poi di averlo esposto sin dalla prima di campionato, persa ad Udine, alle critiche dell’opinione pubblica. Per quanto riguarda la prima questione, sia la dirigenza che l’allenatore si sono accorti dell’incapacità di adattarsi al ruolo di Suso troppo tardi, probabilmente nell’amichevole finita a reti bianche con il Cesena. Le colpe in questo caso vanno divise, perché anche lo stesso Giampaolo s’intestardì e non poco con la sua tesi. Per quanto riguarda la seconda questione, invece, si tratta di uno degli errori che la società rossonera ha compiuto più spesso negli ultimi anni.
Inutile dire che per creare un progetto, ci sia bisogno di dare continuità. Si prenda Gian Piero Gasperini: all’inizio della sua esperienza atalantina, fu subissato di critiche e rischiò il posto dopo appena cinque giornate di campionato, poco meno dell’esperienza di Giampaolo sulla panchina del Milan. I risultati erano da zona retrocessione, ma la società bergamasca decise di spegnere le voci su un possibile esonero e puntò sull’allenatore di origine piemontese. Alla fine della stagione l’Atalanta totalizzò 72 punti e terminò il campionato quarta in classifica. Con le dovute proporzioni è la prova che assecondare l’allenatore, se vogliamo anche le proprie scelte, possa pagare con il passare del tempo. Al Milan è una situazione, quella della mancanza di continuità, che si ripete ciclicamente ormai: Gattuso, ad esempio, fu al centro di discussioni per i risultati altalenanti del suo Milan, con voci di eventuali sostituti che erano all’ordine del giorno. La capacità che contraddistinse Gattuso da Giampaolo, però, fu l’abilità di sapersi difendere personalmente, ad ogni conferenza stampa, cosa che a Giampaolo mancò, forse anche per i caratteri diversi dei due. In entrambi i casi la società mancò nei momenti di difficoltà, nei quali servivano prese di posizione chiare.
Stessa cosa è avvenuta con Pioli, inseguito dalle voci asfissianti, sin dal suo arrivo, di un accordo già trovato per la stagione successiva con Ralf Rangnick. Lo stesso Pioli si è dovuto difendere dai rumors, sempre più insistenti e fondati (basti pensare alle dichiarazioni che hanno portato al licenziamento per giusta causa di Zvonimir Boban). Anche in questo caso, la poca chiarezza ed il poco coinvolgimento, come sappiamo, di tutti i membri del corpo dirigenziale nella scelta, non hanno che reso ancor più difficile il lavoro, rivelatosi poi eccellente, di mister Stefano Pioli. La conferma del tecnico ed il mancato arrivo di Rangnick è forse il segnale più forte dato dalla società da anni a questa parte. Ora però serve aver imparato dagli errori fatti e ripetuti nel corso degli anni, è questa la vera prova del 9 che tocca a Paolo Maldini: saper difendere, nei momenti più bui, che ci saranno, l’operato dell’allenatore e della società. Egli dovrà essere capace, insieme ai suoi colleghi, di prendere una posizione chiara e dare continuità, perché è nel segno della continuità che il Milan può davvero crescere e pensare, anche solo in minima parte, di tornare ai fasti di un tempo. Le coincidenze della vita vogliono che il compito di uno dei più grandi difensori di tutti tempi, ora, sia quello di difendere ancora una volta, in qualità di dirigente. La sfida più grande sarà questa, caro capitano.


