Intervenuto in diretta Instangram con Carlo Pellegatti, Massimo Ambrosini, ex centrocampista e capitano rossonero, ha parlato del suo trascorso in campo e di tutti i trofei alzati nei suoi anni da calciatore del Milan. Dopo alcune frasi iniziale d’amore verso i colori, “niente cambierà quel che è stato il Milan per me”, Ambrosini ha ripercorso molte tappe dei suoi quasi 20 anni a Milano:
Sull’arrivo al Milan:
“Quando arrivai a Milanello nel ‘95/’96 c’era Fabio Capello ed io andavo ancora a scuola, facevo il liceo, e ricordo che rimasi da solo dopo la fine del campionato a preparare l’esame, mentre i compagni andarono in vacanza”.
Alcuni aneddoti di Maggio:
“Di Maggio ricordo l’atmosfera di Milanello prima delle partite, i riscaldamenti con ancora un po’ di luce, e poi collegare la partita al riscaldamento con le luci dello stadio, prima che tutto iniziasse”.
Sul primo interesse da parte del Milan:
“Il Milan aveva messo gli occhi su un ragazzo del Cesena, poi nel ‘94 la Serie A era ferma, Galbiati è venuto a Piacenza dove c’erano parecchi ragazzi forti, tra cui Inzaghi. Io lì feci la mia seconda partita da titolare a 17 anni. Alcuni giorni dopo il mio procuratore entro a casa mia e mi disse che il Milan mi voleva, la faccenda si risolse subito”.
Sui vari allenatori incontrati:
“Capello era un allenatore severo ma con il suo staff ci fece capire fin da subito cosa voleva dire approcciarsi al professionismo. Con Zaccheroni abbiamo vinto con forza e fortuna, seguendo un allenatore forte ma a dirla tutta sottovalutato. Con Ancelotti abbiamo vinto meno in Italia di quanto avremmo dovuto, invece in Europa dal 2003 al 2007 abbiamo raggiunto grandi obiettivi. Infine con Max ci siamo trovati in una situazione in cui volevamo una rivincita, è stato bravissimo a gestire un gruppo di talenti non facili da incastrare ed è riuscito a farli giocare tutti insieme”.
Su Perugia-Milan del 99’:
“Quando è partito il tiro di Bucchi ho avuto paura. In generale il ‘99 è stato un anno di sofferenza ma alla fine con intelligenza, grazie anche al mister, abbiamo saputo dare una grande quadratura finale. Il boato di San Siro al triplice fischio è stato fantastico”.
Sulla cavalcata per Manchester 2003:
“La semifinale di andata ero squalificato, al ritorno ero in panchina e pareva che i tifosi avessero il fiato sospeso per 90 minuti. Manchester è stato particolare anche perché c’erano rivalità accese e le soddisfazioni erano tante”.
Sull’Europeo del 2002:
“È un rimpianto perché in Nazionale non ne ho giocate tante, non è stata una storia continuativa, in tutto ho fatto 30 presenze. L’Europeo del 2002 non l’ho giocato da protagonista. Un altro grande rimpianto è stato non giocare Milan-Juventus nel 2005“.
Sullo scudetto del 2004:
“I risultati delle pretendenti ci mettevano pressione, ricordo il mio gol di testa con la Lazio che ci confermò in testa alla classifica. Io specialista del colpo di testa? Forse grazie al basket. Sono quelle doti di coordinazione che ti vengono naturali”.
Su Atene 2007:
“Le emozioni ci sono sempre, soprattutto quando arrivi allo stadio. Maldini a fine partita non pareva essersi emozionato, tantoché glielo chiesi. Pirlo invece era il giocatore che dopo le vittorie piangeva più di tutti”.
Su Kakà e Inzaghi:
“Kakà quando era appena arrivato ha fatto due allenamenti e non credevo fosse così forte, poi è diventato quel che è diventato. Sembrava un ragazzino ma era uno che si faceva rispettare e battagliava sempre. Inzaghi è sempre stato visto come un mistero, però nel momento in cui ti rendevi conto che la sua capacità di fare le cose era alta, questo mistero spariva”.
Sull’Ambrosini capitano:
“Essere capitano è stato un onore, un qualcosa che sentivo dentro al cuore. Alcune volte non ti rendi conto di quel che succede, poi quando passa il tempo e ti accorgi di quel che hai fatto allora ti rendi conto con maggior consapevolezza di quel che sei stato”.
Sull’attualità:
“La speranza è che ci sia un progetto che preveda chiarezza. Io sistemerei prima le basi. Penso che l’arrivo di un tecnico straniero escluda la presenza di Paolo e mi dispiacerebbe, perché non c’è stata l’occasione di vederlo per quello che realmente avrebbe potuto fare da dirigente. Quel che ha detto su Rangnick è giusto perché ci vuole rispetto. Detto questo bisogna essere aperti ad accogliere le persone perché possano dimostrare il proprio valore”.

