Paulo Fonseca ha rilasciato un’intervista ai microfoni di SportWeek, settimanale della Gazzetta dello Sport, nella quale è tornato a parlare della sua esperienza al Milan. Dopo le anticipazioni riportate ieri, ecco altre sue dichiarazioni.
Fonseca: «È questa la mentalità che avrei dovuto cambiare al Milan»
«Avevamo già disputato un precampionato straordinario, battendo Manchester City, Real e Barcellona e lanciando giovani come Liberali, che poi ho fatto esordire in Serie A. Nei vostri settori giovanili non ci si preoccupa di giocare con la palla. I ragazzi passano troppo tempo senza toccare il pallone. Difendono e vanno in transizione. In Portogallo, come in Spagna, vogliamo invece la palla tra i piedi. Difendiamo se costretti, ma non vedrete mai Porto o Benfica difendere con un blocco basso senza, invece, provare a tenere palla per comandare il gioco. È un fatto culturale, ed è questa mentalità che avrei dovuto cambiare al Milan. Abbiamo giocato molto bene in tante partite, ma per farlo in un certo modo con continuità devi crederci e avere tempo a disposizione.».
Sul suo addio al Milan
«Sono andato via molto calmo perché ho fatto di tutto per cambiare il Milan. Per difenderlo. Sono uscito con la coscienza a posto perché ho sempre messo il Milan davanti a tutti, e non era facile. Ho sempre difeso il club prima dei giocatori. I giocatori non sono più importanti del Milan. In Italia, invece, spesso i giocatori ‘pesano’ più del club. Se qualcuno, pure forte, non meritava, con me non giocava, perché nessun calciatore è più grande del Milan. Sono stato criticato per questo, ma io ho avuto il coraggio di difendere il Milan. Spero che tutti abbiano capito che non puoi permetterti di avere elementi che non danno tutto per il Milan. Anche dal Milan, come da altri club, è difficile uscire con sentimenti negativi, ho lavorato con persone fantastiche, con alcune delle quali ancora mi sento. Non parlo di giocatori o dirigenti, ma del personale di Milanello».
Sulle caratteristiche dei tecnici portoghesi
«Cerchiamo di essere vicini ai giocatori senza interferire però nella loro vita privata. Per me, almeno, è così. Mi piace sapere cosa gli succede fuori dal campo, come va in famiglia, ma evito di stargli troppo addosso. In generale, noi portoghesi siamo attenti alla disciplina. Siamo diretti? Per me è sempre stato così. Quando devo dire qualcosa a qualcuno, lo faccio di fronte a tutti gli altri giocatori. Non mi interessa se è il calciatore più importante della squadra. Se devo parlare per il bene del gruppo, lo faccio davanti a tutti. E se sono costretto a dire qualcosa che a qualcuno non piace, fa niente: la verità può far male, ma resta l’elemento più importante tra persone che lavorano insieme. Al mio ultimo giorno da allenatore, mi volterò indietro e sono sicuro che potrò dire di non aver forse preso la decisione giusta in qualche occasione, ma di essere rimasto sempre coerente e fermo».



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