Perché lo scudetto dell’Inter ci ricorda che i milanisti ci sono, ma che il vero Milanismo è morto

Quanta fatica scrivere questo pezzo. Quanta fatica ammettere che, negli ultimi sei anni, l’Inter ha costruito un ciclo vincente che l’ha portata a conquistare tre scudetti, dando l’impressione – nonostante le varie e le eventuali – di un progetto solido, continuo, quasi inevitabile. Non è solo una questione di campo: è soprattutto il riflesso di una visione manageriale chiara, riconoscibile, coerente nel tempo. Ed è proprio qui che il confronto con Milan diventa oggi inevitabile. Doloroso.

Stessi problemi, diversa visione

L’Inter, pur attraversando cambi di proprietà e difficoltà economiche, ha mantenuto un asse dirigenziale stabile, con figure chiave come Piero Ausilio, da quasi tre decenni punto di riferimento dell’area sportiva. Un elemento di continuità che ha permesso al club di non perdere mai il filo del proprio progetto tecnico, anche nei momenti più complessi. È questa la differenza: non l’assenza di problemi, ma la capacità di gestirli senza smarrire identità e direzione.

Il vero punto critico

Dall’altra parte, il Milan ha avuto l’opportunità di costruire una struttura altrettanto forte attorno a una figura simbolo come Paolo Maldini, incarnazione autentica del milanismo. Non divagherò ulteriormente, ma è anche impossibile non citarlo. Anche perché, negli ultimi anni, si è assistito a un progressivo allontanamento da quella radice. Al netto dello scudetto 2022 e della recente Supercoppa, quasi casuale, manca la percezione di un progetto che metta al centro l’identità del club tanto quanto la sostenibilità economica. Il punto più critico, oggi, non è nemmeno il confronto con i successi dell’Inter.

È la sensazione che venga meno l’urgenza, da parte della dirigenza rossonera, di proteggere e alimentare il milanismo. Una parola spesso evocata, ma raramente tradotta in scelte concrete. Perché il Milan, storicamente, non è stato solo un club vincente: è stato un’idea, una cultura, un senso di appartenenza che andava oltre i risultati.

Si sbandierano sold-out, a che pro?

E qui emerge una riflessione più ampia. Il modello moderno, spesso di matrice americana, punta su sostenibilità, branding, stadi pieni e ricavi in crescita. Tutto legittimo, anzi necessario nel calcio di oggi. Ma il rischio è che questo approccio finisca per annacquare ciò che rende un club davvero unico: le sue radici. I sold-out sottolineatici su Whatsapp ad ogni pié sospinto non sono solo numeri: sono la conseguenza di una connessione emotiva profonda. Se quella connessione si indebolisce, anche il successo economico nel lungo periodo rischia di diventare fragile.

Il vero rischio è lo svuotamento totale

L’Inter, paradossalmente, sta oggi costruendo anche una sua dimensione identitaria più definita, sia in campo sia a livello dirigenziale, con una forte componente italiana che rafforza il senso di appartenenza. Il Milan resta in bilico, tra modernizzazione e una costante perdita di sé. Il vero rischio, allora, non è veder cucito altrove un altro scudetto. È perdere ciò che ha sempre reso il Milan qualcosa di diverso. Perché senza quelle radici, prima o poi, anche il resto – risultati, entusiasmo, sostenibilità – finirà per svuotarsi. E a quel punto, non ci sarà più nulla da “valorizzare”, né sportivamente né economicamente.

A proposito, siamo a uno scudetto in quindici anni tondi. Non dimentichiamolo.

 

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