Sfatiamo un piccolo tabù: ogni società calcistica di alto livello lavora con un’organizzazione di gruppo che va dalle figure dirigenziali all’area scouting. Pertanto, ciò di cui discuteremo da qui in avanti non sarà tanto una critica all’assetto organizzativo generalizzato, quanto alla gestione degli equilibri interni ad esso e alla sua composizione.
Già prima dell’avvento del trio Furlani-Ibrahimovic-Moncada, oggi diventato poker con Tare, il Milan era gestito da un gruppo di lavoro composto da Maldini, Massara, Gazidis e lo stesso Moncada con un ruolo limitato alla guida dell’area scouting. Le differenze sostanziali rispetto al passato sono due: le persone che prendono decisioni dal punto di vista tecnico e l’unità di facciata (o meno) che emanava lo schema passato rispetto a quello presente. Se sul primo punto è evidente che il dislivello nelle competenze sia elevato, del secondo vogliamo parlare di seguito.
Quando si parla di unità non si vogliono nascondere tensioni passate che i diretti interessati non hanno mai nascosto. La loro capacità era quella di mandare all’esterno un messaggio di coesione per il bene della squadra e del club, trasmettere una visione univoca anche ai tifosi attraverso stampa e non. Tutto ciò che oggi manca.
Il Milan oggi è carente sotto tanti aspetti e uno dei principali è certamente la molteplicità di versioni differenti che fuoriescono dall’interno del club (le tante voci di mercato ne sono un esempio). Versioni che creano un caos comunicativo e d’immagine. In un gruppo di lavoro che si rispetti, come lo era il precedente, se si parlava attraverso i media, lo si faceva tendenzialmente con un input univoco. Da almeno due anni a questa parte, si parla invece attraverso dirigenti, procuratori, intermediari e chi più ne ha più ne metta. Aggiungere figure, tra cui quella ingombrante di un allenatore come Massimiliano Allegri, sta aggiungendo confusione agli occhi esterni, a torto o ragione.
Del Milan si parla tanto perché è un grande club, ovviamente, e perché ci sono tante persone coinvolte che a loro volta coinvolgono altrettanti protagonisti, i quali arricchiscono certamente i nostri dibattiti, ma recano un danno reputazionale al brand. Quando è nato il gruppo di lavoro, l’amministratore delegato Giorgio Furlani lo descriveva come “un modello più idoneo per garantire un progresso dentro e fuori dal campo, consolidando e rafforzando i progressi compiuti negli ultimi anni“. Un modello che oggi possiamo definire fallito sia sotto l’aspetto sportivo che gestionale. Non una gestione ottimizzata, ma appesantita. Tante teste, a volte, sono difficili da far coesistere se il modus operandi non è affine. È un peccato che il Milan sia diventato un esperimento sociale, dove il calcio sembra passare sempre più in secondo piano.


