Serginho è stato protagonista del nuovo episodio di “Storie di Serie A”, rubrica di Radio Serie A. L’ex terzino rossonero ha parlato della sua storia al Milan e non solo: ecco le sue dichiarazioni.
“Noi brasiliani siamo nati con il calcio nel sangue, la passione del calcio viene sempre da piccolino. Io sono sempre stato un grande tifoso del Milan, l’ho sempre accompagnato dagli anni di Van Basten, Gullit, Rijkaard. Ho sempre avuto la passione di arrivare un giorno e aver l’opportunità di fare parte della storia di questo club. Grazie a Dio ho avuto questa possibilità di fare la storia di questo club, voglio ringraziare anche i miei compagni, è stata una gioia grandissima“.
Serginho prosegue: “Chi mi scoprì? In quel periodo era molto difficile perché la globalizzazione non era come oggi. C’era uno scout del Milan, chiamato Luizio Santos, lavorava tanto nel mercato sudamericano. Lui insieme ad Ariedo Braida è stato lì: sono state le due persone che mi hanno scoperto in Brasile. Sono stato acquistato dal Milan nel marzo del ’99, avevo quasi 28 anni. Ho iniziato molto tardi, non ho avuto l’opportunità di fare il settore giovanile. Ho iniziato molto tardi, prima era molto più difficile. Ero titolare del San Paolo da tre anni, facevo già parte della Nazionale brasiliana“.
Sul primo giorno a Milanello: “Mi ricordo, sì. Appena arrivato, il mio grande idolo è sempre stato Paolo (Maldini, ndr) perché è stato il terzino sinistro che ho sempre guardato, stavo salendo dalle scale e scendo Paolo. Loro erano in ritiro per il Trofeo Berlusconi. È stata un’emozione molto grande. Impatto? Quando arrivi dal calcio sudamericano sicuramente i primi tre mesi sono difficili, la nostra cultura è diversa da quella del calcio italiano. Quando sono arrivato, andavo 20 volte sul fondo. Nei primi allenamenti con Zaccheroni andavo sempre avanti, lui mi diceva che ero un terzino, il quale doveva occuparsi della fase difensiva. Io ho detto: ‘Può darsi che avete sbagliato voi, perché la mia caratteristica principale è andare, non difendere’. Il primo anno è stato molto difficile per capire questa cultura. Poi andando avanti hanno iniziato a capire le mie caratteristiche e io quelle della cultura italiana. Mi ricordo quando sono entrato in pullman per la prima partita a San Siro, entro e c’è un silenzio tremendo. Mi sono detto: bho, strano no? Abbiamo preso l’autostrada per San Siro, sento il rumore del Telepass, ero l’ultimo del pullman e ho sentito giusto questo rumore. Mi sono detto: ma sarà così? Ero abituato al casino del pullman in Brasile“.
Sul Milan dei brasiliani: “Mi ricordo molto bene il periodo dal 2000 al 2008 che eravamo tanti brasiliani in campo, giocatori protagonisti non solo nel calcio italiano, ma in quello mondiale. Mi ricordo bene il derby della Madonnina sudamericano, perché dall’altra parte c’era la squadra argentina contro la nostra brasiliana. Si creava una doppia atmosfera per questo incontro tanto atteso, il derby porta sempre tante emozioni. Siamo ancora in contatto tra noi brasiliani? Ogni tanto abbiamo ancora la possibilità di giocare con le leggende del Milan, ogni tanto ci vediamo, chiaramente molto di meno perché la vita oggi è molto veloce e ognuno ha i propri impegni. Ci sentiamo sempre per messaggio, ma per vederci di persona è difficile“.
Sullo spogliatoio del Milan: “È stato molto molto bello. Abbiamo avuto la fortuna di creare questo grande gruppo. Io penso che il calcio non si vinca solamente in campo. Se tu non hai un gruppo dove ognuno vuole stare insieme e si vuole bene, diventa tutto molto più difficile. Noi eravamo molto uniti, uscivamo a mangiare insieme, parlavamo dopo allenamento, questo rende un gruppo più forte. Ho contatto con tanti tutt’oggi, con Ambrosini, Brocchi, Seedorf, Oddo. Quando ci vediamo, sembra sempre la stessa cosa. Volersi bene non è solamente come calciatori, ma come persone e come uomini“.
Sulla stagione 2002/03: “È stata la prima Champions. Un progetto creato da Berlusconi e Galliani che volevano una squadra vincente, tornare a vincere in Europa perché era tanto tempo che il Milan non vinceva la Champions League. C’era grande aspettativa e abbiamo avuto grande soddisfazione in quell’anno, ma ne abbiamo avuta anche nel 2004. Non era solo la soddisfazione della vittoria, ma anche di come giocavamo. Era un divertimento, non era un lavoro. Eravamo arrivati ad un livello altissimo. Non è stato solo 2002/03, ma fino a quando il gruppo c’è stato, fino al 2008“.
Sulla finale di Champions League a Manchester contro la Juventus: “La tensione della partita era molto forte. Avevamo vinto la semifinale contro l’Inter dopo tutto questo progetto che era stato creato, arrivi al momento dei rigori e si crea una tensione gigantesca. Mi ricordo un momento molto teso, soprattutto dopo la prima parata di Dida su Trezeguet, io avevo la responsabilità di portare la nostra squadra avanti. Mi ricordo molto bene che Buffon era diventato gigante e la porta piccola, ma alla fine siamo preparati per quel momento lì“.
Sul gol in finale di Coppa Italia contro la Roma: “È stata una partita un po’ tesa perché noi eravamo più preoccupati per la finale di Champions League che si sarebbe giocata credo 10 giorni dopo la partita contro la Roma. Mi ricordo di un taglio tramite Cafu, Brocchi mi ha fatto un grande passaggio e io ho fatto un grande gol di esterno sinistro. Potevo tirare di destro, però a me il destro serve solamente per salire sul pullman e camminare. È stato davvero bello perché quello ci ha dato la tranquillità di pensare alla finale di Champions e non preoccuparsi tanto della seconda partita di Coppa Italia che non contava tanto come oggi“.
Sul derby: “Mi ricordo la tensione del derby. Quando si parlava di Milan-Inter, i giornali ne parlavano da due settimane prima. Si creava l’atmosfera su questa partita. Mi ricordo molto bene che Galliani e Braida ci dicevano: ‘Le cose in campionato non vanno bene, ma il derby non si può perdere’. È una cosa allucinante. Se la cosa andava male e si vinceva il derby, sembrava di essere campioni del mondo. Per noi brasiliani era tutto molto più tranquillo, era come un’altra partita di calcio. Noi abbiamo questa cosa culturale di affrontare la vita con più serenità, non mettere la tensione perché alla fine ti ruba energia e concentrazione“.
Sul derby del 6-0 del maggio 2001: “È stata una partita un po’ strana perché non è che eravamo superiori. Era anche un momento molto delicato, incasinato dentro la società. Mi ricordo che l’allenatore era Cesare Maldini per le ultime 8 partite, era stato esonerato Terim. Per fortuna abbiamo trovato davanti l’Inter e abbiamo avuto quel grandissimo risultato. Sono quelle serate e quelle partite in cui capita tutto a favore. Abbiamo fatto la nostra partita e il nostro gioco, nei momenti in cui abbiamo trovato la possibilità di fare gol, l’abbiamo fatto. Non è che eravamo una squadra fortissima. Più fortuna per noi, meno per loro. Grazie a Dio, ho fatto parte di questa grandissima serata e di questo grandissimo risultato che resterà nella storia di Milan e Inter“.
Sulla finale di Champions League a Istanbul: “È strano perché eravamo una squadra che aveva in difesa Cafu, Nesta, Stam e Maldini, davanti Pirlo, Gattuso e Seedorf. Prima della finale si faceva sempre allenamento, noi con la seconda squadra per fare un gol in 30 minuti contro di loro era impossibile, avevamo anche Dida che in quel periodo era il portiere più forte al mondo. Abbiamo fatto 3-0 e tutti dicono che festeggiavamo in spogliatoio: non era vero, avevamo anche litigato in spogliatoio. Non so se ricordate, ma il Milan era la squadra più forte e faceva il calcio più bello, vinceva tutte le partite con grande facilità, era dominante. Però avevamo sempre uno spazio di 10 minuti di crollo nel secondo tempo, la squadra sembrava non esserci. Non era problema solo di quella partita, ma della stagione. In spogliatoio si parlava di quel crollo mentale all’intervallo. Tu quando giochi contro una squadra normale, non te ne accorgi. Quando giochi contro il Liverpool, possono essere decisivi quei 10 minuti. Dopo che sono passati, siamo tornati e abbiamo creato una marea di occasioni. Come accaduto nel derby 6-0: c’è la serata in cui tutto va bene, quella non lo era. Era impossibile perdere quella finale nel nostro occhio umano“.
Sulla sua vittoria più bella: “Sì, la mia personale è stata a Manchester perché era la mia prima Champions. Ma io mi ricordo anche quando siamo usciti contro il Barcellona in semifinale, noi eravamo un grandissimo Milan, si giocava molto bene. Sicuramente come vittoria personale il 2002/03“.
Sull’esperienza da osservatore per il Milan: “Quando ho smesso nel 2008 mi hanno chiamato Galliani insieme a Leonardo che erano i due direttori, dicendomi che serviva un ambasciatore in Brasile, non solamente per creare un gruppo di scouting in Sudamerica, ma anche per Fondazione Milan. Abbiamo creato il Milan Junior Camp, era una squadra molto seguita. Avevo un gruppo di due ragazzi che facevano scout e andavano in tutto il Sudamerica a vedere giocatori di qualità. Abbiamo visto Thiago Silva e tanti giocatori, alla fine abbiamo avuto l’opportunità di arrivare a Thiago. Ho lavorato tanto con il Milan, il Milan è la mia casa. Anche oggi ho questo rapporto con il Milan, non con la dirigenza perché non conosco la parte americana, ma ho rapporto con i ragazzi italiani rimasti“.
Su Zaccheroni e Ancelotti: “Il primo è un allenatore molto tattico. Non ho avuto la fortuna di prendere lui dopo il mio primo o secondo anno in Italia, perché quando sono arrivato capire tutte le informazioni che voleva darmi, era molto difficile. Quando sono arrivato qua, ho avuto tanti problemi con lui perché non capivo quello che voleva passarmi di parte tattica, io pensavo solo alla tecnica. Mi ha insegnato tante cose. Carlo sicuramente non è uno che lavorava sulla parte tattica come Zaccheroni, ma ha un occhio impressionante. È uno che vedeva le partite come pochi allenatori nel mondo, ma non solamente questo. Ha una grande differenza: è uno che sa gestire umanamente in maniera impressionante, è uno psicologo, riesce a far star bene tutti, è una fortuna grandissima per un allenatore, mantenere un gruppo soddisfatto. È un intenditore grandissimo di calcio. È stato molto importante non solo per me, ma per il calcio mondiale“.
Su Berlusconi e Galliani: “Silvio è una bandiera. Abbiamo vissuto tanto tempo con lui. Veniva poco a Milanello, però il tempo che stava insieme a noi era sempre una gioia. Sentire la sua energia, era sempre come andare a scuola e imparare qualcosa. Ci ha sempre dato questo affetto. Io avevo particolarmente un rapporto stretto. Quando arrivava con il suo elicottero in inverno mi diceva: ‘Sergio, tutti dicono che non sei forte in marcatura, ti insegno io, vieni con me’. Mi diceva di provare sempre di anticipo. È stato un grandissimo piacere vivere questo periodo con lui, era la persona più semplice del mondo con noi. Il dottor Galliani è stata una persona top, aveva uno stimolo forte con i brasiliani, è sposato con una brasiliana. Mi ricordo dopo la cena delle partite di Champions, lui rimaneva con noi brasiliani a cantare ‘Aquarela’ e tutt’oggi me lo chiede. Anche con Ariedo Braida abbiamo avuto questo rapporto“.
Sulla perdita di suo figlio Diego: “Nella vita ogni tanto ti capitano episodi così. Non siamo molto preparati per avere un capitolo così, la perdita di un figlio è una cosa veramente molto brutta. Noi crediamo sempre in Dio. La nostra vita non è solamente quello che viviamo oggi. Se noi crediamo che la Terra Promessa per Dio è quella che viviamo oggi, siamo un po’ persi perché oggi viviamo nello stress. Io credo molto a Dio e non credo che la vita possa avere solamente questo senso, io credo nella vita eterna, una vita dopo questa nella quale non hai dolore, non hai i pensieri di ogni giorno. Tutti noi abbiamo i problemi e solamente Dio mi può dare questo conforto, solamente lui mi può dare la forza di alzarmi e camminare. Posso dire che senza di Lui è impossibile, perché il dolore che affrontiamo ogni giorno è sicuramente il dolore più forte che una persona può avere (si commuove, ndr). Vivere con una perdita così è molto difficile. L’abbraccio della Curva? Non solamente la Curva, ma anche il Milan, i miei ex compagni. È dura perché è una cosa che non ti puoi aspettare, è una cosa contro natura. Non si può misurare una cosa così. Quando vedi che in un momento di difficoltà che non sei da solo, la vita è veramente un’altra cosa. Avere il sostegno della Curva, del Milan, dei compagni, della famiglia permette ogni giorno di avere la forza di alzarsi. Prima di tutto è Dio che mi dà la forza, mi dice di alzarmi perché abbiamo un proposito. Io oggi so che ho un proposito nel mondo, il messaggio mi arriva. Tante volte vediamo la vita con l’occhio umano, ma quando lasciamo un po’ fuori e la guardiamo con l’occhio spirituale, la risposta mi arriva. Questo è il messaggio che volevo lasciare. È una cicatrice che resterà con me per tutta la vita. Un po’ di tempo fa era impossibile parlare di questo discorso, oggi piano piano ho la forza di affrontarlo. Devo pensare che sia stato un episodio della mia vita e debbano rimanere le cose positive che abbiamo vissuto insieme“.


